Sumaira Latif: «I disabili, al centro di un nuovo business»

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Leader Globale dei Programmi di Accessibilità e Inclusive Design di Procter Gamble ormai da anni si impegna di valorizzare le diversità per creare un mondo più inclusivo che coinvolga anche le persone con disabilità

«Con l’inclusività vincono tutti: i consumatori con disabilità che spesso vengono dimenticati dalle aziende, il business che con prodotti più accessibili aumenta il numero di persone che li possono utilizzare e acquistare, e i dipendenti che, lavorando su progetti che hanno un impatto reale sulla vita delle persone, sono motivati e spinti a un risultato di maggior successo».

Sumaira Latif, Leader Globale dei Programmi di Accessibilità e Inclusive Design di Procter Gamble, non ha dubbi e il suo impegno ormai da anni è proprio quello di valorizzare le diversità per creare un mondo più inclusivo che coinvolga anche le persone con disabilità.

Per Sam, come la chiamano tutti, è una questione anche personale: «Sono nata con una rara patologia genetica conosciuta come “retinite pigmentosa”, che significa che non avrei mai potuto vedere molto più di come si vede attraverso lenti strette e sfocate. Più crescevo più la mia vista diventava sfocata. Non avevo realizzato da bambina quanto fossi stata fortunata a poter leggere tante parole, fino a quando improvvisamente a 16 anni non fui più in grado di leggere. La mia aspirazione è sempre stata quella di ottenere una vita “normale”, ma fare cose normali era incredibilmente difficile da giovane cieca. Cose semplici come leggere un libro, attraversare una strada, essere in grado di vedere le ultime tendenze di moda, un film o anche una semplice pubblicità, erano impossibili da fare. Tutto questo mi è servito una volta in Procter Gamble dove ho incontrato persone stupende che mi hanno messo nelle condizioni di poter aiutare tante persone come me e fare la differenza».

Ci può fare un esempio di qualche prodotto di largo consumo ben pensato per i consumatori con disabilità?
«Sicuramente, le capsule con il detersivo che permettono, a persone con disabilità come la mia, di sostituire l’uso del sapone liquido. Questo passaggio per me è stato davvero straordinario. Prima, infatti, correvo sempre il rischio di versare troppo detersivo liquido, mentre con le Pods non devo più preoccuparmi. Basta metterle in lavatrice e contengono già il quantitativo giusto di prodotto. Un altro esempio che non è ancora arrivato sul mercato italiano mentre è già presente in Canada e negli USA, riguarda le bottiglie di shampoo e balsamo su cui abbiamo fatto strisce e cerchi tattili così da permettere a tutti, anche ai non vedenti, di distinguerle grazie al tatto».

Impegno globale è che il mondo diventi più inclusivo. Dove si trovano i maggiori ostacoli?
«Gli ostacoli sono tali fino a che qualcuno non alza la mano e non propone delle soluzioni per superarli. Anche in questo caso, posso riportare una mia esperienza personale. Un giorno ero in riunione con alcune delle migliori menti del marketing di P&G che stavano rivedendo alcune delle pubblicità più importanti. In quel momento mi sono sentita isolata perché non sapevo cosa stessero effettivamente guardando, né quali fossero le loro reazioni. Così mi sono detta: “Ma se Disney può fare tutti i suoi film con descrizione audio per i ciechi, perché non possiamo farlo anche noi?” Ho proposto la cosa e la mia richiesta è stata immediatamente accettata. Nel giro di pochi giorni ho creato “Flash Dog” il nostro primo spot nel Regno Unito con descrizione audio e il nostro spot per le Olimpiadi “Grazie di cuore, mamma”. Entrambi sono stati mandati subito in onda».

Ci sono nel mondo corsi specializzati sul design per disabili?
«È un’area di studi che sta crescendo e che sicuramente si amplierà in futuro, ma già ci sono ottime scuole di riferimento. In Europa, ad esempio, possiamo citare il Master in Disabilità, Design e Innovazione, programma di punta del Global Disability Innovation Hub di Londra. È un corso multidisciplinare, il primo di questo tipo, in cui l’ingegneria del design incontra il contesto sociale della disabilità. Ma ricordo anche il Centre of Excellence in Design for All di Bratislava, il Royal College of Art di Londra e il Danish Centre for Accessibility in Danimarca, per citarne solo alcuni».

Oggi la tecnologia aiuta tantissimo le persone con disabilità: ci può fare degli esempi di supporti meno scontati che hanno davvero rivoluzionato la vita di chi ha problemi fisici?
«Anche in questo caso, faccio riferimento a una vicenda personale: sono una mamma ma non ho mai potuto leggere da sola il mio risultato del test di gravidanza. Sono cose che diamo per scontato ma che per molte persone come me sono una vera e propria sfida. Oggi, però, esiste la piattaforma Be My Eyes di P&G che consente ai consumatori ipovedenti di videochiamarci e di chiedere supporto nella lettura del test. Ma in generale ci sono molte altre tecnologie che si stanno sviluppando: sono tante, infatti, le startup che stanno portando avanti progetti per realizzare dei dispositivi pensati per le persone che hanno un qualche tipo di disturbo fisico. Penso agli esoscheletri di ultima generazione che consentono ai disabili di tornare a camminare, agli occhiali intelligenti che grazie all’utilizzo di telecamere sono in grado di avvertire il non vedente circa la presenza di pericoli nelle vicinanze, ai nuovi sistemi multisensoriali di insegnamento, e a molto altro. Stiamo facendo davvero passi da gigante».

Quali qualità del carattere devono mettere in campo le persone con disabilità per entrare nel mondo del lavoro?
«Non credo servano delle abilità ad hoc per i disabili. Le cosiddette hard skills sono quelle che tutti noi abbiamo appreso durante la formazione o con l’esperienza sul campo e non esiste differenza tra chi è disabile e chi non lo è rispetto alla competenza. Le soft skills, invece, attendono all’ambito personale, senza dubbio un disabile è una persona che ha imparato cosa significa “adattarsi”, “essere flessibile” e che fa del “problem solving” una costante nella propria vita. Ciò su cui bisognerebbe lavorare è, invece, il contesto aziendale. Dunque, non dovremmo chiederci cosa può fare il disabile per essere più inserito nel mondo del lavoro, ma cosa può fare il mondo del lavoro per favorire l’integrazione dei disabili. Un’integrazione reale e completa».

(Vanity Fair)

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