L’assistenza ai disabili non è mai subordinata alla disponibilità di risorse pubbliche. Asl veneta condannata al risarcimento per mancata assistenza

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Il Consiglio di Stato con la sentenza n. 1/2020 ha aperto la strada a un principio innovativo, anche se già suggerito dalla Corte Costituzionale (sentenza 80/2010) e applicato dai Tar (ad esempio Tar Napoli, sentenza 5668/2019) per consentire l’assunzione anche in deroga a tempo determinato di insegnanti di sostegno per i disabili. LA SENTENZA.

I disabili vanno assistiti e basta. La loro assistenza non può dipendere né dalle risorse finanziarie disponibili, né dai posti presso le strutture semiresidenziali.

A deciderlo è il Consilio di Stato con la sentenza n. 1 del 2 gennaio 2020 sull’incompleto inserimento di un minore (3 giorni su 5) in un centro diurno, perché l’Asl non aveva disponibilità economiche e si era limitata a formare una lista di attesa, erogando un contributo parziale, previsto dalla Regione Veneto a sostegno delle disabilità.

Il fatto
I genitori di un minore disabile al 100% e non autosufficiente, hanno chiesto l’annullamento del provvedimento del 25 ottobre 2017 con il quale l’Azienda U.L.S.S. N. 6 del Veneto aveva rigettato la loro istanza-diffida del 25 settembre 2017 per “l’immediato inserimento del minore in un Centro Diurno al fine di permetterne la tempestiva fruizione” e a ottenere dall’Azienda il risarcimento dei “danni, patrimoniali e non patrimoniali, cagionati e cagionandi per un importo non inferiore a 25.000 euro”.

L’Azienda sanitaria, respingendo la richiesta, ha sostenuto di esseretenuta a garantire i livelli essenziali di assistenza socio sanitaria nel rispetto dei vincoli di bilancio assegnati annualmente dalla Regione e dalla Conferenza dei Sindaci”.

Il Tar aveva dato ragione all’azienda, sostenendo che anche il diritto alla salute deve essere bilanciato e contemperato con altri beni di rilevanza costituzionale (come in questo caso l’equilibrio del bilancio pubblico e, in particolare, del bilancio regionale), ma il Consiglio di Stato non è dello stesso avviso.

La sentenza
Secondo i giudici “poiché l’interessato è stato privato fino a luglio 2018 di quel grado di assistenza socio sanitaria a cui aveva diritto al fine di consentirne un adeguato sviluppo educativo, di socializzazione, di occupazione, di costruzione della sua condizione di autonomia, tenuto conto delle sue gravi condizioni, il provvedimento impugnato va dichiarato illegittimo”.

Per quanto riguarda la limitatezza di risorse che avrebbe portato l’Azienda a costituire liste di attesa, il Consiglio di Stato sottolinea tra l’altro che “le norme a tutela dei disabili, in un quadro costituzionale che impone alle Istituzioni di favorire lo sviluppo della personalità, risultano essenziali al sostegno delle famiglie e alla sicurezza e benessere della società nel suo complesso, poiché evitano la segregazione, la solitudine, l’isolamento, nonché i costi che ne derivano, in termini umani ed economici, potenzialmente insostenibili per le famiglie; inoltre, l’inserimento e l’integrazione sociale rivestono fondamentale importanza per la società nel suo complesso perché rendono possibili il recupero e la socializzazione”.

A questo si aggiunge, per il diritto costituzionale alla salute, il diritto “a prestazioni positive” basato su norme costituzionali di carattere programmatico (C. Costituzionale n. 218 del 1994).

E’ un “diritto soggettivo pieno e incondizionato, ma nei limiti e secondo le modalità prescelte dal legislatore nell’attuazione della relativa tutela, ben potendo detti limiti e modalità essere conformati dai condizionamenti che lo stesso legislatore incontra nella distribuzione delle risorse finanziarie disponibili (Corte Costituzionale n. 309 del 1999, n. 432 del 2005 e n. 251 del 2008; CASS sez. III, 27/03/2015, n.6243).

Il Consiglio di Stato, dopo aver ricordato i meccanismi per il finanziamento del fondo disabili della Regione Veneto, ha ritenuto, come si legge nella sentenza, “che l’affermato principio dell’equilibrio di bilancio in materia sanitaria, ribadito in più occasioni anche dalla giurisprudenza di questo Consiglio non possa essere invocato in astratto, ma debba essere dimostrato concretamente come impeditivo, nel singolo caso, all’erogazione delle prestazioni e, comunque, nel caso in cui la disabilità dovesse comportare esigenze terapeutiche indifferibili, il nucleo essenziale del diritto alla salute deve essere salvaguardato (Corte costituzionale n. 304 del 15 luglio 1994)”.

In questo senso “l’Azienda sanitaria intimata avrebbe dovuto dimostrare concretamente di non avere avuto risorse disponibili nel periodo ottobre 2017/luglio 2018 per l’assolvimento dell’obbligo di prestazione nei confronti del disabile, al quale era stata riconosciuta una totale disabilità e la necessità dell’inserimento in un Centro diurno per l’inefficacia del percorso scolastico con insegnante di sostegno”.

Il Consiglio di Stato “non ritiene sufficiente a tal fine la mera dichiarazione contenuta nel provvedimento impugnato ‘di aver esaurito i posti nel centro diurno’; occorrerebbe la dimostrazione dell’inesistenza di fondi di bilancio a cui attingere anche per una forma di assistenza indiretta, presso Centri privati, mediante rimborso alla famiglia del costo necessario a consentire l’adeguato sostegno socio-educativo: i compiti programmatori ed esecutivi che le norme regionali richiamate pongono a carico della azienda sanitaria possono ritenersi assolti diligentemente solo se sia stata tempestivamente attivata ogni forma di aggiornamento informativo circa la necessità di ulteriori risorse affinché nel riparto annuale del Fondo la Giunta Regionale possa provvedere opportunamente a integrazioni rese necessarie per le sopravvenienze”.

Non è sufficiente, secondo i giudici che la struttura organizzativa esistente sia inadeguata a rispondere alle esigenze dell’utenza a far ritenere diligentemente esercitato il potere-dovere in capo all’Ente.

L’Ente pubblico semmai dovrebbe dimostrare che non vi sono alternative organizzative e di essersi, comunque, adoperato in ogni modo per trovarle o reperire ulteriori risorse finanziarie.

Secondo il Consiglio di Stato “non è dimostrato che il contributo di 700 euro mensili per ICDp (impegnative di cure domiciliari), per assistenza extra Lea, finalizzato a finanziare attività di assistenza e sostegno alla persona o integrativi e di educazione, che è stato utilizzato per l’inserimento di 3 giorni a settimana nel centro diurno, non potesse essere incrementato tempestivamente in misura tale da consentire il pieno inserimento settimanale del ragazzo”.

Secondo i giudici, quindi, una volta individuate le necessità dei disabili tramite il Piano individualizzato, “l’attuazione del dovere di rendere il servizio comporta l’attivazione dei poteri -doveri di elaborare tempestivamente le proposte relative all’individuazione delle risorse necessarie a coprire il fabbisogno e, comunque, l’attivazione di ogni possibile soluzione organizzativa”.

Per questo il diniego dell’Asl “deve ritenersi illegittimo e le stesse considerazioni valgono a ritenere fondata la domanda di risarcimento del danno derivato “dall’illegittimo diniego, sussistendo i profili di colpa evidenziati nella gestione dei poteri organizzativi per il reperimento delle risorse atte a dare adeguata assistenza al disabile nel periodo ottobre 2017/luglio 2018”.

Secondo il Consiglio di Stato il danno patrimoniale e non patrimonialepuò quantificarsi equitativamente, tenendo anche conto delle considerazioni svolte dall’Azienda e del parziale sostegno corrisposto, nella misura di euro 10.000, oltre interessi legali e rivalutazione a decorrere dalla liquidazione e fino al soddisfo effettivo”.

Per quanto riguarda le spese di giudizio, anche queste sono a carico dell’Asl “e si liquidano per entrambi i gradi di giudizio in euro 5.000, oltre accessori di legge”. In più, l’Azienda va anche condannata alla refusione del contributo unificato sostenuto dai ricorrenti.

Il Consiglio di stato ha quindi censurato l’Azienda sanitaria veneta perché non poteva negare prestazioni eccependo carenza di risorse: non bastava dichiarare “di aver esaurito i posti in centri diurni”, perché avrebbe dovuto dimostrare l’inesistenza di fondi di bilancio dai quali attingere anche per una forma di assistenza indiretta, presso Centri privati, mediante rimborso del costo necessario a consentire l’adeguato sostegno socio educativo.
(Quotidiano Sanità)

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NON AUTOSUFFICIENZA – 18° PRESIDIO DI PROTESTA PERMANENTE A ROMA

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Abbiamo più volte detto che la battaglia fatta solo in Sicilia non può bastare per il riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità! Per questo insieme al Comitato 16 novembre Onlus e al Comitato Siamo Handicappati No Cretini abbiamo lanciato un presidio permanente che si terrà il 9 aprile prossimo a Roma sotto il Ministero di Economia e Finanza per la riapertura del Tavolo per la Non Autosufficienza!!

ABBIAMO BISOGNO DEL SOSTEGNO DI TUTTI!

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IL COMUNICATO DEL COMITATO SIAMO HANDICAPPATI NO CRETINI

Cari Amici ,
come ripetiamo da sempre CI RIFIUTIAMO DI VIVERE IN UN PAESE NON ALL’ALTEZZA DELLE LEGGI CHE HA CREATO. Ci rifiutiamo di vivere in un Paese che non applica la legge e che usa la disabilità come una mucca da voti. NON POSSIAMO ARRENDERCI.
In tutte le regioni continuano a ripeterci che i SOLDI NON CI SONO, CHE LO STATO E’ ASSENTE.Lottiamo quotidianamente per i diritti di tutte le persone con disabilità.
E’ stato creato un MINISTERO PER LA DISABILITA’ e come sapete, siamo stati a Roma ad incontrare il sottosegretario Zoccano qualche mese fa, eppure le risposte ottenute in finanziaria sono state praticamente nulle. Come noi tante altre associazioni o comitati hanno fatto lo stesso, ma nessuna risposta concreta è sul tavolo. L’immobilismo della propaganda ha schiacciato il Ministero. Troppe parole e pochissimi fatti. Delle nostre così come delle tante altre richieste non si è nemmeno cominciato a parlare ed il famoso tavolo per la non autosufficienza sembra completamente immobile.

IL FONDO PER LA NON AUTOSUFFICIENZA RIMANE ANCORA UN FANALINO DI CODA TRA LE PRIORITÀ’ DI QUALSIASI GOVERNO.

NON CI STIAMO PIÙ’ ed è per questo che insieme alL’ASSOCIAZIONE COMITATO 16 NOVEMBRE, da anni attiva per i diritti di tutte le persone con disabilità, abbiamo sentito il bisogno di unire le forze.
In piazza per la prima volta INSIEME sotto il palazzo del Ministero dell’Economia per chiedere 3 cose:
1. Immediata convocazione del tavolo per le NON AUTOSUFFICIENZE:
il tavolo dovrà essere composto dalle FAMIGLIE delle persone con disabilità, da chi davvero vive la disabilità sulla propria pelle e non da chi lucra alle spalle delle persone con disabilità.
2. Definizione del PIANO NAZIONALE SULLE NON AUTOSUFFICIENZE:
applicare la legge non è facoltativo, è un OBBLIGO, monitorare che le leggi sulla disabilità siano applicate è compito dello Stato.
3. INCREMENTO SIGNIFICATIVO DEL FONDO PER LE NON AUTOSUFFICIENZE:
E’ inutile fare propaganda sulla disabilità senza che ci sia un reale impegno finanziario. NOI siamo una priorità DIMOSTRATELO!

Per tali ragioni ci uniamo con entusiasmo al 18° PRESIDIO DI PROTESTA PERMANENTE
Quando? MARTEDI’ 9 APRILE 2019
A Che ora? ORE 10,30
Dove? MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE , VIA XX SETTEMBRE 97, ROMA .

Chiediamo a tutte le associazioni di Volontariato, a tutte le persone della società civile, a tutte le persone che credono che l’applicazione delle legge sia UN DOVERE CIVILE, di unirsi a NOI.
Chiediamo a tutti i nostri amici del mondo dello spettacolo, a tutti coloro che hanno favorito la cd. “primavera dei disabili Siciliani” di UNIRSI A NOI. Non possiamo avere un’Italia a più velocità.
Al presidente della Regione, ai Sindaci di tutte le città, a tutti coloro che ripetono come un MANTRA “I SOLDI NON CI SONO” chiediamo DI SCENDERE IN PIAZZA CON NOI.
Ai siciliani con disabilità chiediamo di venire con noi a Roma e di supportarci in questa nuova avventura per i diritti dell’italia intera. Stiamo UNITI OGGI PIU’ CHE MAI.

#DISABILITANOSLOGANMAFATTI

#SiamoHandicappatiNoCretini

Disabili, in Italia la solidarietà sostituisce i servizi. Non possiamo accettarlo

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di Fabiana Gianni

Ultimamente leggo molte notizie che rendono note le qualità solidali della nostra società. Effettivamente l’Italia pullula di gruppi più o meno organizzati che a vario titolo dedicano il loro tempo, le loro competenze e le loro risorse alle necessità del prossimo. Indubbiamente è un valore importante. Certamente motivo di orgoglio.

La solidarietà sostituisce la carenza dei servizi. Questo è il dato di fatto. La mia domanda è un’altra: è accettabile? E quanto questo principio di solidarietà così pregnante penalizza l’inclusione e l’integrazione? È possibile che nel 2018 si debba ancora ricorrere al volontariato per poter fruire di servizi essenziali al perseguimento dei una vita dignitosa, decorosa, inclusiva e autonoma?

Esiste poi un aspetto economico che non si può ignorare: molte di queste realtà vivono di contributi pubblici che sono erogati sulla base di progetti presentati e ritenuti validi all’interno di prerequisiti che di volta in volta sono la cornice entro la quale disegnare un’idea di servizio o di assistenza. Mi sorge sempre più spesso un dubbio: se il singolo disabile avesse a disposizione più risorse economiche, assegnate in base a un progetto realmente ritagliato sulle sue esigenze, non sarebbe più inclusivo, più motivante? Sarebbe anche più realistico e più concreto che la persona scegliesse direttamente dove spendere queste risorse e a quale servizio rivolgersi, così da lasciare spazio a quel libero arbitrio dell’autodeterminazione che – per quanto assistito da amministratori o tutori – deve rimanere rispettoso della persona.

Continuare a finanziare centri ad hoc e servizi per la disabilità a mio avviso non fa altro che favorire il ghetto. Si continua a mettere insieme gente con problematiche differenti, età diverse, ambizioni, possibilità, sogni e situazioni totalmente diverse con l’unico requisito che torna a essere la disabilità. Non ci trovo nulla di inclusivo in tutto questo. Il pacchetto/prodotto servizio viene così stigmatizzato per un’altra ipocrisia di fondo: situazioni dove la persona disabile vive una condizione tanto grave da poter recare danno a sé stessa o agli altri. In questi casi è fuori tema e fuori indirizzo dirlo apertamente. Si procede verso il deteriore. Si toglie tutto a tutti purché siano disabili.

Gli anni passano, la mia consapevolezza cresce e mi appare all’orizzonte una condizione di aberrazione. Dopo tre anni di nido, altri tre di scuola materna e poi cinque di primaria e otto di secondaria – con le varie “ripetenze”, ancora triste strategia del percorso didattico che deve durare tanto a lungo perché rappresenta l’anticamera del nulla – ecco che si arriva alla maturità. Si lotta per ogni genere di causa: dal pasto, al pannolone; dal diario all’utilizzo del pc ; dalla gita mancata alla festa organizzata di nascosto; genitori che vengono cresciuti nel loro ruolo come fossero annientati e solo da assecondare. Genitori che assorbono così tante bugie sulla versione inclusiva offerta dalle parti che alla fine ci credono a tal punto da perdere l’obiettività. Coloro che la mantengono sono così delusi da rischiare di cadere nella versione fatalista e di resa.

Un mondo che fa finta di andare avanti mentre di fatto rema contro. Una società che sostiene idee e pratiche ma toglie la possibilità di fare una doccia fuori orario perché la cooperativa è chiusa. Progetti finanziati in luoghi inaccessibili o in orari improbabili. O strutture. Quelle non mancano mai, anche se hanno cambiato nome grazie alla farsa di una legge sul dopo di noi che aiuta i ricchi a fare quello che già facevano prima e danneggia i poveri coperti di altri improprie incombenze. Un pianeta assistenziale di 15 giorni di vacanza per far riposare genitori fantasmi che spesso non hanno più la forza neanche di verificare e di capire ma ambiscono solo a poter dormire otto ore di seguito. E la faccenda veramente triste è che nessuno parla. Siamo tutti in special edition, mamme alfa, beta e gamma, padri esemplari e fratelli e sorelle meravigliosi. Rivendico la mia totale imperfezione. Rivendico il diritto all’errore, alla rassegnazione, al fallimento, all’arrabbiatura, alla rabbia e poi anche alla gioia, alla pace e alla vita ricostruita con grande sacrificio nel rispetto del dono supremo che ella stessa rappresenta.

Dobbiamo avere il coraggio di dire la verità. Dobbiamo imparare a mostrarci nella realtà dei fatti perché finché la disabilità sarà costellata di geni cresciuti da Ufo, gli altri ci vedranno così e l’inclusione sarà solo un sogno in più, uno dei tanti. Partiamo dal raccontarci cosa faranno i ragazzi in tutta Italia che a giugno usciranno dalle scuole superiori. Partiamo da qui e poi andiamo a ritroso fino al nido e iniziamo a correggere il percorso perverso del buonismo ipocrita. L’inclusione parte da qui.

(ilfattoquotidiano.it)

MANIFESTO SULLA DISABILITÀ IN SICILIA 2018

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Venerdì 27 aprile alle ore 11 saremo in Piazza del Parlamento a Palermo stante l’Assemblea Regionale Siciliana per una manifestazione di protesta per i diritti delle persone con disabilità!

Associazione Comitato #SiamoHandicappatiNoCretini

MANIFESTO SULLA DISABILITÀ IN SICILIA 2018

RISORSE ECONOMICHE SUFFICIENTI ORGANIZZAZIONE DEI SERVIZI

GARANZIA DEI DIRITTI

Tutto il mondo della disabilità, le forze sociali, sindacali, le associazioni delle persone con disabilità e i familiari, dicono basta a questo stato di fatto.

• Non è più possibile che non siano ancora garantiti i Diritti delle Persone con Disabilità, in Sicilia, pur in presenza di buone leggi.

• Non è più possibile che non si conosca il numero delle persone con disabilità.

• Non è più possibile aspettare per avere il progetto di vita secondo quanto previsto dall’art. 14 delle Legge n. 328/2000 e dal Piano Triennale per le Politiche a favore delle Persone con disabilità del 2006.

• Non è più possibile che non siano ancora garantiti i servizi alle persone con Disabilità per tutte le forme di inclusione (scolastica, lavorativa e, in generale, sociale).

• Non è più possibile avere dei finti PUA (Punti Unici di Accesso) visto che questi consistono soltanto in targhette messe dietro le porte delle ASP.

• Non è possibile che le Unità di Valutazione Multidimensionali siano inesistenti o insufficienti.

• Non è più possibile non garantire una effettiva integrazione socio-sanitaria.

• Non è più possibile che ci sia una gestione dell’Assegno di Cura come è stata sino ad ora e che lo si voglia annacquare.

• Non è più possibile continuare a discriminare la disabilità con stupidi aggettivi come gravi e gravissimi, in quanto siamo PERSONE con diversi bisogni.

• Non è più possibile che l’Autorità Garante non abbia né mezzi né una organizzazione adeguata per assolvere ai sui compiti

Per questo diciamo BASTA

Occorrono le risorse economiche, pertanto in finanziaria il Fondo specifico deve essere adeguatamente rimpinguato.

Occorre che sia istituito il Sistema Informativo per la disabilità.

Occorre che le ASP si organizzino in maniera adeguata, che si raccordino con il Comune, con la scuola, e che venga messo di nuovo in campo il Dipartimento dell’Integrazione Socio-Sanitaria.

Occorre che, anche a livello regionale sia istituito presso la Presidenza della Regione un Dipartimento unico per l’Integrazione Socio-sanitaria.

Occorre subito avviare i PROGETTI DI VITA senza balletti di rimpallo delle responsabilità tra ASP/Comuni che sostengono che non hanno soldi e la Politica che dice che non stanzia risorse economiche perché non ci sono progetti; bisogna organizzare la macchina burocratica perchè funzioni al meglio.

Occorre garantire continuità all’assegno di cura, così come previsto dalla legge e a tutte le altre forme di Assistenza, Diretta e Indiretta.

Occorre riconoscere alle persone con disabilità grave le stesse provvidenze e benefici corrispondenti od equivalenti all’assegno di cura concessi alle persone con disabilità gravissima, anche perché in molti casi le differenze sono sottilissime e si rischia di creare discriminazione tra le stesse persone con disabilità

Bisogna partire dalla garanzie dei diritti sanciti dalla Convenzione ONU e da quanto dice la Corte Costituzionale: non si possono assoggettare alle esigenze di bilancio, i diritti incomprimibili delle persone con disabilità

27 APRILE 2018 ore 11,00

PIAZZA PARLAMENTO

MANIFESTAZIONE CIVICA

NEGARE UN DIRITTO È NEGARE LA PERSONA

​INTERVENTO DI GIOVANNI CUPIDI IN II COMMISSIONE (Bilancio) ALL’ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA

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Il mio intervento in Commissione Bilancio del 22 marzo 2017

Palazzo dei Normanni, Palermo



“Lo stato attuale deriva ormai da anni di stratificazione di inefficienza e di sperpero di risorse che da quello che abbiamo potuto vedere in questi giorni, facendo un po’ i nostri conti, non sono effettivamente risorse andate perse ma che giacciono assolutamente inutilizzate.

Abbiamo fatto contezza di questa cifra, e rispetto ai 500 milioni integrativi che noi chiediamo, si possono recuperare altre somme, visto che l’assessore (Alessandro Baccei, assessore regionale all’Economia, ndr) si preoccupava di dove poter trovare i soldi.

Ho visto poi che ad un certo punto la discussione è proseguita snocciolando dati tecnici come se qui, in questo momento, fossimo ad un tavolo tecnico dove andare a misurare esattamente e con precisione l’efficacia di una misura.

Mi sembra di aver capito che ancora siamo,  purtroppo, nonostante i quasi cinque anni di questa legislatura, alla fase iniziale, anzi pre iniziale: cioè quella di capire innanzitutto quali sono le difficoltà che abbiamo incontrato, quali sono le risposte sommarie da dare per poi arrivare alla risposta nel particolare.

Con molto piacere, ma perché seguiamo la stessa linea, ho sentito prima gli amici ribadire alcuni concetti che avevo già sottolineato (in occasione dell’audizione in commissione Sanità del 14 marzo 2017, ndr). Cioè che il progetto di vita va costantemente controllato e aggiornato alle necessità della persona. Cioè che bisogna considerare finalmente la persona nella sua globalità, il che significa togliere di mezzo la tendenza a continuare a pensare – come ho sentito qui a tratti – di fare interventi che abbiano alla base pietismo e paternalismo. 

E’ un atteggiamento che va spazzato via perché nel 2017, dopo tutto quello che abbiamo detto qua, accennare a programmazione di questo tipo vuol dire che siamo fuori dal tempo. Continuo a percepire la non comprensione del valore della persona che ha una disabilità come risorsa. Continuo a percepire la sensazione che dover trovare fondi, rastrellare da un capitolo di bilancio piuttosto che da un altro, serva a dare una riposta a un ‘peso’, a un ‘oggetto’, a un qualcosa  che ha una necessità.

Mentre, sul tavolo, non viene messo qual è il vantaggio di fare questo: perché quando l’assessore Baccei cerca giustamente i fondi, forse non fa i conti con quello che è il ritorno dell’investimento. Ritorno che va calcolato all’interno di una programmazione dei fondi, perché quando io do assistenza e faccio inclusione – ho sentito la parola integrazione e vi prego di cambiarla con inclusione, che è un concetto completamente diverso – intanto do forma di lavoro nell’assistenza ma ho un tipo di contribuzione che torna indietro nell’inclusione. 

Quando io permetto a una persona, contemporaneamente di ricevere assistenza e di diventare fattore produttivo e contributivo, facendo l’inclusione ad esempio lavorativa,  magari rispettando una legge precisa che è la 68 del 1999, (Norme per il diritto al lavoro dei disabili, ndr) così tanto per citarla, forse a questa somma possiamo includere quello che è il ritorno economico che se ne ha da questo investimento. Perché va considerato, ribadisco, come investimento. Come si investe in una infrastruttura, come si investe in un piano di lavoro, è lo stesso…

E’ una programmazione che va continuamente monitorata, censita e rimodulata di volta in volta. Questa è la gestione del mondo della disabilità. Perché altrimenti continuerete a considerarla un fardello a cui trovare un capitoletto di bilancio dove andare ad inserire alcuni fondi, che poi non si capisce bene come vengono utilizzati. Quando si cambierà questa visione, considerando queste forme di intervento come un vero e proprio investimento sulla società, e come scommessa su quello che una persona con disabilità dà alla società, forse cominceremo a ragionare in maniera migliore e non solo facendo una mera addizione o sottrazione di quelli che possono essere i numeri in bilancio. Quando lei, assessore Baccei, parla di riqualificazione delle persone (ovvero i circa 5mila precari degli enti locali rimasti senza lavoro, ndr) ed opportunità di dare loro un riscatto, stiamo parlando forse la stessa lingua. Forse quelle persone in questo momento non hanno una menomazione ma una ‘disabilità sociale’.

Siamo tutti d’accordo. Però la mia paura è che si voglia trovare una facile soluzione a quella che è la gestione di queste persone, scaricandola sul mondo della disabilità o della fragilità. Perché quando io ho un assistente che viene in casa, e mi deve supportare in quelle che sono, tutte, e ripeto tutte le mie necessità, che non sono solo quelle di grattarmi un sopracciglio o dell’igiene personale, ma ci sono le attività di mobilità, di supporto psicologico, di supporto alla famiglia…tutto questo non si può fare pensando in tempi brevi di riqualificare personale e metterlo a disposizione dei Comuni al fine di liberare altre risorse…

Questa è una follia, perché un assistente che io ricevo in casa, che è un OSS (operatore socio sanitario, ndr), fa un corso di almeno mille ore, e quando viene a casa con me prosegue con almeno tre mesi di training, ed è, nel migliore dei casi, una persona che già ha una formazione di base ed una buona motivazione di partenza.

Perché, badate bene, anche queste persone che fanno il corso per diventare OSS, spesso e volentieri non hanno una motivazione di base se non quella di ottenere un lavoro e quando io me li ritrovo a casa devo scartarli, per cui la selezione del personale alla fine la faccio io.

Attenzione – scusate il termine – Giovanni Cupidi ha due palle così e si fa la selezione del personale. Molte persone, la maggior parte, non hanno gli strumenti per farla. E si ritrovano in casa chiunque. Allora, a fronte di tutto questo, a  fronte di personale che deve avere una motivazione esasperata, una formazione eccelsa e che nonostante questo quando viene in casa il training lo fa sulla mia pelle, allora assessore, lei non mi può banalizzare tutto facendo la morale che una persona va riqualificata dandole una opportunità di lavoro per poi mandarla a me!

Io questo non lo accetto e non è un fatto pregiudiziale della persona.

Perché se devo dare la mia opinione personale, il percorso riabilitativo di una persona che è stata in carcere o ha perso il lavoro è un fatto di civiltà, su quello siamo tutti d’accordo. Ma non può essere, in questo momento particolare, in cui noi stiamo parlando di un’emergenza, la soluzione per risolvere il problema del governo che non sa come gestire questi precari.”
(trascrizione V.Femminino)

La Marcia per la Dignità ieri a Palermo 

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Foto Leonardo Alagna

Si è svolta ieri a Palermo la “Marcia per la Dignità” indetta dal comitato #siamohandicappatinocretini di cui tra l’altro faccio parte. Una manifestazione silenziosa per ribadire senza parole, ormai fin troppo abusate da chi governa e ormai tutte utilizzate da parte nostra, le nostre richieste, necessità e proposte. Una marcia a cui hanno partecipato associazioni, singoli cittadini con o senza disabilità, studenti e che ha visto tra i suoi sostenitori il Vescovo e l’Imam di Palermo uniti e che con voce unica hanno dato voce e forza alla nostra battaglia per tutti i siciliani con una disabilità.

La Marcia ha avuto luogo a partire dalla Cattedrale per poi dirigersi verso l’ARS  (il parlamento siciliano) per poi concludersi davanti Palazzo d’Orleans sede della Presidenza della Regione. Si è cominciato con un messaggio che il Vescovo ha voluto rivolgere a tutti soprattutto nei confronti di chi avesse qualsivoglia intenzione di strumentalizzare la manifestazione di ieri è rinnovando il suo pieno sostegno. Anche l’Imam ha voluto comunicare tutta la sua solidarietà e il carattere fortemente umano della giornata. Altri due sono stati i momenti significativi: uno davanti l’ARS nel quale io ho fatto il punto della situazione raccontando anche i fatti degli ultimi due mesi; e poi l’altro davanti la sede della Presidenza in cui è stato letto un appello a Mattarella affinché con lettera alle Camere si rimetta al centro delle Istituzioni il tema della Disabilità!

Un successo, quindi, che merita risposte vere e non i soldi del monopoli messi fino ad ora! Ma non molliamo, hanno (i politici) l’occasione di fare della Disabilità la priorità con la finanziaria…vedremo.

L’eco di questa manifestazione è stata potente già ancor prima che iniziasse grazie agli interventi del giorno prima di Lorenzo Jovanotti che dallo “speaker corner” della trasmissione di Fiorello “Edicola Fiore” ha lanciato un pesantissimo attacco al presidente Crocetta vero responsabile (con la classe politica) delle continue e perpetuare prese in giro degli ultimi due mesi; ma anche dal suo comico Ficarra e Picone che sempre il giorno prima inchiodavano Crocetta, con dovizia di puntualissime cifre, alle bugie raccontate sui fondi messi a disposizione.

Chi non è voluto mancare all’appuntamento di ieri è stato PIF che di questa battaglia è stato l’alfiere più decisivo e certamente il più penetrante nei palazzi del potere. Ovviamente non poteva non esserci che l’epilogo che tutti si aspettavano, ossia il faccia a faccia con Crocetta: ed è a quel punto che Pif ha invitato Crocetta ad “uscire le palle” e andare in Aula a risolvere questa vicenda ormai diventata un vero caso nazionale. Caso nazionale perché oggi anche testate giornalistiche come il Corriere e giornalisti del calibro di Gian Antonio Stella si sono occupati con dovizia di particolari della nostra battaglia. Come anche praticamente tutte le testate nazionali e le televisioni nazionali hanno dedicato articoli su articoli e servizi tv, tra i più efficaci quello realizzato da Stefania Petyx per Striscia la Notizia (video), alla MARCIA PER LA DIGNITÀ di ieri!

Nuove forme (di democrazia)

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di Nadia Covacci


È finito il tempo
delle manifestazioni di piazza. Ormai non vengono nemmeno più raccontate dai media e anche se di larga partecipazione passano in sordina. 

È finito il tempo
dei gesti estremi. Solo fino a qualche anno fa era abitudine annuale quella dei malati di Sla di minacciare di togliersi l’ossigeno in caso non fosse stato rinnovato il Fondo per la non autosufficienza e i risultati ottenuti erano quelli di una piccola elemosina insufficiente per ottenere la copertura di tutte le ore necessarie di assistenza.

È finito il tempo
della carità ottenuta con sorrisi e sberleffi: la persona con disabilità come buffone di corte o fenomeno da circo, seppur spesso ancora richiesta, non solo è deleteria per l’idea stessa che veicola della disabilità, ma non apporta assolutamente nulla alla causa dell’inclusione sociale. 
Anzi, la persona con disabilità che deride se stessa senza impegnarsi più di tanto nel difendere i suoi diritti è forse quella più socialmente accettata proprio perché non disturba nessuno. 
L’hashtag #vorreiprendereiltreno ne è un esempio: da improvvisa comparsa sul web con l’obiettivo di vedere sempre più treni accessibili a tutti è diventata una onlus intenta a vendere gadget e pubblicare articoli scontati e banali, proprio adatti a ricevere consenso senza nessuna ricaduta concreta. 
Le sue raccolte fondi sono servite per comprare una carrozzina elettrica, garantire un mese di cure a un bambino gravemente ustionato e ottenere da Trenitalia la promessa che avrebbe migliorato l’accessibilità in ben 264 stazioni italiane (ancora nessun lavoro è iniziato, del resto era una promessa, senza alcun impegno sottoscritto e priva di tempistica).

È finito il tempo
delle opere di sensibilizzazione. A parte che la partecipazione è sempre più scarsa – basta vedere che quest’anno “Notte di Luce” ha dovuto coinvolgere ben 500 bambini delle scuole per avere il pienone in città – ma come ho sempre ribadito non c’è alcun passaggio diretto e conseguente tra partecipazione/sensibilità e atti concreti. 

VanityFair
ha parlato di “Notte di Luce” nel suo blog Rotellando e ha terminato l’articolo proprio in questo modo: “Sarebbe però interessante che il prossimo anno i commercianti che aderiscono all’iniziativa, oltre ad accendere le candele, mettano uno scivolo per agevolare chi è in carrozzina all’entrata dei propri negozi e l’amministrazione comunale dia la possibilità di inserirli senza far pagare l’occupazione del suolo pubblico. Ho visto ancora troppi luoghi non fruibili con le rotelle”. 
Ecco, già mi immagino che bella atmosfera di esclusione sociale quella sera: tante lucine nei negozi chiusi alle persone con disabilità. Questa è la sensibilità: fare ciò che è inutile e dimenticarsi di fare ciò che invece servirebbe.
Bisogna cambiare strategia e smetterla di cercare a tutti i costi il consenso sociale delle nostre necessità. Se parli di barriere architettoniche, di parcheggi occupati abusivamente, di sostegno scolastico insufficiente e di assistenza indiretta inesistente, ricevi moltissimi “Vergogna!“, “Dovrebbero trovarsi loro in quella situazione!“, “I ladri al governo però mangiano alle nostre spalle!“, “Siamo con te/voi!“.
Eppure tutta questa solidarietà a parole è totalmente inutile, non serve a risolvere nessuna delle inadempienze e soprattutto non ci garantisce che quelle stesse persone, messe nelle condizioni di dover fare qualcosa, poi lo facciano davvero. Anzi, gli esempi ci raccontano, purtroppo, molto spesso il contrario.

Cosa fare?

Studiare le leggi. Impararle a memoria e pretendere che siano applicate attraverso l’uso delle vie legali. In particolare la legge di riferimento che tutela le persone contro ogni forma di discriminazione è la legge n. 67 dell’01/03/2006.

Art. 1. 

1. La presente legge, ai sensi dell’articolo 3 della Costituzione, promuove la piena attuazione del principio di parità di trattamento e delle pari opportunità nei confronti delle persone con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, al fine di garantire alle stesse il pieno godimento dei loro diritti civili, politici, economici e sociali.

2. Restano salve, nei casi di discriminazioni in pregiudizio delle persone con disabilità relative all’accesso al lavoro e sul lavoro, le disposizioni del decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 216, recante attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.

Art. 2.

1. Il principio di parità di trattamento comporta che non può essere praticata alcuna discriminazione in pregiudizio delle persone con disabilità. 
2. Si ha discriminazione diretta quando, per motivi connessi alla disabilità, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata una persona non disabile in situazione analoga. 

3. Si ha discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone. 

4. Sono, altresì, considerati come discriminazioni le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona con disabilità, ovvero creano un clima di intimidazione, di umiliazione e di ostilità nei suoi confronti.

Sì, lo so, la risposta che ricevo è sempre la stessa: un avvocato costa, non possiamo fare sempre causa per tutto. Sbagliato, per tre motivi. Primo, perché se il giudice accerta la discriminazione, e se il ricorrente lo richiede, può ordinare il risarcimento del danno da discriminazione, cioè quello che deriva dal non aver potuto fare una cosa come gli altri, compreso il pagamento delle spese legali. 
Secondo, perché spesso ci si può organizzare e fare un ricorso in gruppo, per cui la spesa dell’avvocato diventa veramente ininfluente. Terzo, perché chi ritiene di avere subìto un atto discriminatorio sia dal privato sia dalla pubblica amministrazione può depositare il ricorso, anche personalmente, presso la cancelleria del tribunale civile in composizione monocratica, con il quale può chiedere sia la cessazione del comportamento discriminatorio che il risarcimento del danno.

Le scuse non possiamo più accettarle. Dobbiamo agire e fino ad ora tutti coloro che hanno presentato dei ricorsi ai sensi della legge n. 67/2006 hanno ottenuto non solo la rimozione della discriminazione, ma anche il risarcimento del danno. 

Vi faccio solo qualche esempio preso dalle attività svolte dall’Associazione Luca Coscioni.
1) Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 4929 emessa il 05/03/12, ha condannato il Comune di Roma a rendere accessibili alle persone disabili i marciapiedi corrispondenti alle fermate degli autobus ubicate in via Cernaia, passeggiata di Ripetta, piazza Fiume, via Veneto e via dei Cerchi; nonché a risarcire il danno non patrimoniale cagionato a Gustavo Fraticelli (5mila euro) e a pagare le spese di lite (2.500 euro).
2) Il 18 aprile 2013 l’Associazione Luca Coscioni ha presentato un ricorso per condotta discriminatoria nei confronti di Ferrovie dello Stato Italiane a causa della presenza delle barriere architettoniche sul binario n. 12 della stazione di Roma-Ostiense […]. La causa si è quindi estinta in quanto Rete Ferroviaria Italiana ha finalmente realizzato l’ascensore sul binario n. 12 della stazione Ostiense, rendendolo così accessibile anche ai disabili, e ha versato la somma di duemila euro all’associazione.
3) L’Associazione Luca Coscioni ha agito in giudizio contro Roma Capitale per la presenza delle barriere architettoniche presso le fermate della metropolitana (stazione Cipro e Cinecittà); barriere che non consentono al figlio della sig.ra Fois di prendere la metro come tutti gli altri ragazzi della sua età […]. Alla fine – con ordinanza del 4 giugno 2014 – il Tribunale ha accolto in pieno la nostra domanda condannando in solido sia Roma Capitale che Atac S.p.a. a risarcire il danno non patrimoniale cagionato al disabile (2.500 euro) e a pagare le spese legali (circa 3mila euro), oltre ovviamente a cessare la condotta discriminatoria mediante l’adozione di urgenti misure organizzative atte a garantire la costante presenza di personale presso le stazioni della metropolitana in modo da garantire il continuo funzionamento dei servoscala e degli ascensori.
4) Lucia Giatti contro Poste Italiane spa (Tribunale di Ancona – sezione distaccata di Jesi), poiché l’ufficio postale di San Paolo di Jesi (AN) è dotato di un servoscala che però è fuori uso da moltissimi anni e nessuno si decide a rimetterlo in funzione, con la conseguenza che le persone disabili non possono recarsi alle poste per effettuare pagamenti, raccomandate, prelievi etc. […]. Il Tribunale di Jesi – con ordinanza del 28 maggio 2013 – ha condannato Poste Italiane a mettere a norma il servoscala entro sei mesi (il che è puntualmente avvenuto), condannando inoltre la società a risarcire il danno non patrimoniale cagionato alla disabile Lucia Giatti (3mila euro) e al pagamento delle spese di lite (1.800 euro).
Mi fermo qua, ma è sufficiente una semplice ricerca su internet per trovare altri innumerevoli casi che ci convinceranno che questa è la strada giusta. Adesso abbiamo una nuova enorme opportunità che ci permetterà di creare un precedente di fondamentale importanza: il ricorso collettivo nei confronti degli organizzatori della Mostra di Van Gogh Alive a Roma. 
Lo stabile si presenta così:
Non solo, ma sul sito della mostra, nella sezione Faq, è ammessa dichiaratamente la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità: “Ci sono indicazioni particolari da seguire per persone con disabilità fisica o psichica? […] Ai visitatori con disabilità motoria sarà possibile accedere alla mostra a partire dalla data che verrà comunicata quanto prima sul sito ufficiale della mostra, su Facebook, sul sito di TicketOne e direttamente a coloro che, comunicando i propri riferimenti, richiedano di essere ricontattati. Il Palazzo degli Esami, sede della mostra, è un edificio storico degli anni ’20 sottoposto a vincoli e tutele tale per cui sono state avviate le richieste per l’installazione di un monta scale”.
L’intento di questo ricorso è di ottenere non solo la rimozione della discriminazione, perché evidentemente dovevano prima ottenere l’installazione del montascale e solo dopo aprire la mostra al pubblico, ma anche il risarcimento del danno non patrimoniale patito dalle persone con disabilità di 200 euro a partecipante.
Possono partecipare le persone con disabilità motoria che non hanno potuto visitare la mostra a Roma, anche se straniere o di altre città italiane, andate in vacanza nella Capitale nel periodo della mostra o che hanno desistito dal raggiungere i luoghi della mostra per via dell’impossibilità di accedervi. Nel caso siano minori e/o non in grado di autorappresentarsi parteciperanno a loro nome i genitori tutori legali e/o i loro amministratori di sostegno.
Per partecipare occorre iscriversi ad Avvocato del Cittadino e versare la quota associativa di 20 euro – ora non potete proprio dire che sia una cifra impossibile da sostenere! – al seguente Iban: IT 11 P 03599 01899 050188529509. Questo è Il modulo per iscriversi: all’atto dell’iscrizione si riceveranno tutte le indicazioni dei passi successivi.
Per iniziare l’azione collettiva è necessario che si raggiunga il numero di 125 partecipanti (le quote d’iscrizione saranno restituite se il quorum non si raggiunge): per questo invito tutti i lettori con disabilità motoria a provarci insieme a noi per costruire insieme un precedente spendibile in moltissime altre occasioni.
Del resto, quanti eventi aperti al pubblico sono di fatto vietati alle persone con difficoltà motorie? Moltissimi e lungo tutto lo stivale. Quante volte dobbiamo prima telefonare per essere sicuri di poter entrare? Sempre. In quante occasioni ci viene detto che è accessibile e poi quando siamo sul posto scopriamo che il loro concetto di accessibilità prevede due o tre gradini, tanto ti aiutano tirandoti su di peso? Troppe.

Forza
. Siamo noi a poter cambiare le cose. Facciamogli capire che le candeline possono tenersele loro. Che le pacche sulla spalla non sono richieste. Che non siamo pacchi da sollevare e che valiamo almeno quanto i cani che entrano in più luoghi aperti al pubblico rispetto a noi.

Le leggi che ci sono, facciamole rispettare.

(24emilia.com)

Unioni civili e disabilità: discriminazione vs discriminazione?

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di Carlo Giacobini

Come già accaduto in passato, anche in queste settimane il dibattito in corso sulle unioni civili sta completamente rimuovendo l’ipotesi che uno dei partner sia una persona con disabilità, con ciò che ne deriva in termini di potenziale accesso a benefìci, sostegni, supporti

Le prossime settimane si preannunciano pervasive su ciò che finirà per sembrare un tormentone: quello delleunioni civili. Come spesso accade, l’iperbole di una questione cresce, sale, diviene congestizia, appare come unica questione nazionale, genera confronti da stadio e diverbi da osteria, pur su situazioni estremamente delicate e sensibili, giunge addirittura ad essere l’indicatore della civiltà di un Paese.
Scontri trasversali e viscerali che possono sfaldare maggioranze o mettere in crisi i Governi. Ricordiamo – in un Paese dalla scarsa memoria – che l’analogo dibattito sui DICO (acronimo per “DIritti e doveri delle persone stabilmente COnviventi”) fu uno dei motivi della caduta del già traballante Governo Prodi nel 2008.
Sembra che questa volta il Governo faccia “sul serio” e intenda seguire il trend di altri Paesi dell’Unione, regolamentando finalmente le «unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze». Il virgolettato non è un vezzo, ma riprende testualmente il titolo dell’unico Disegno di Legge al momento depositato al Senato: il DDL 2081 attualmente all’esame della Commissione Giustizia di Palazzo Madama a firma Monica Cirinnà e altri, e ampiamente sparpagliato sulla carta stampata, nei talk show, nei social (dove analfabeti di ritorno per qualche giorno assurgono a dotti civilisti).

Lungi da chi scrive esprimere in questa sede una qualsiasi espressione di favore o dubbio riguardo agli intenti dei proponenti o di orientamento a favore delle unioni civili fra persone dello stesso sesso.
Il Disegno di Legge 20181 consta di 23 articoli tutti (a parte l’ultimo) molto densi sotto il profilo tecnico e civilistico. Il tutto – se approvato – impatterebbe non solo nelle unioni civili fra «persone dello stesso sesso», ma anche più in generale sulle convivenze stabili.
Nella sostanza, si equiparerebbero anche alle unioni civili fra persone dello stesso sesso e alle coppie unite da “contratto di convivenza” (quasi) tutti i diritti e i doveri previsti nei casi di coniugio “convenzionale”.
Questo, come detto, investe àmbiti civilistici estremamente delicati, come i diritti successori nel caso di decesso di uno dei partner, o i diritti per l’inserimento nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare, ma anche doveri come quelli della reciproca assistenza o dell’obbligo di mantenimento o alimentare. Il partner – riconosciuto in un’unione civile – ha il diritto di agire nella domanda di interdizione, di inabilitazione o di amministrazione di sostegno, come pure avrebbe diritto a rapportarsi a pieno titolo con i sanitari che assistano il partner o con la struttura carceraria in cui questi sia detenuto.

Il tutto è assai interessante, ma anche in questo caso – come era accaduto nel 2008 con i DICO poi abortiti – il Legislatore sta completamente rimuovendo l’ipotesiche uno dei partner sia una persona con disabilità, con ciò che ne deriva in termini di potenziale accesso a benefìci, sostegni, supporti.
In nessun passaggio, ad esempio, il Disegno di Legge Cirinnà menziona il diritto per il partner (stesso sesso o meno, poco ci importa) ad accedere a permessi, congedi o forme di flessibilità lavorativa o diritti di scelta della sede di lavoro, o rifiuto al lavoro notturno, nel caso in cui si assista una persona con disabilità.
Ma tale rimozione è ancora più evidente nel collaterale dibattito sulla cosiddetta stepchild adoption(digressione: è assai bizzarro che nella culla del diritto si adottino lemmi anglofoni forse solo per rimuovere ipocritamente tensioni idealistiche). Dietro questa formula c’è una disposizione già vigente da ben trentadue anni. È infatti del 1983 la Legge 184, che ammette l’adozione del figlio del (nuovo) coniuge. L’adozione viene però vagliata dal Tribunale, viene richiesto il consenso del genitore biologico, viene soppesato l’effettivo interesse per il figlio, che deve sottoscrivere il consenso (se maggiore di 14 anni) o esprimere la sua opinione (se di età tra i 12 e i 14). A questo si aggiunge la consueta – e spesso pesante – valutazione del Tribunale sulla capacità educativa, sull’idoneità affettiva, sullo status personale ed economico e, non ultimo, sullo stato di salute di chi richiede l’adozione. Insomma, è tutt’altro che un’amabile passeggiata.
Il Disegno di Legge Cirinnà intenderebbe estendere tale opportunità anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso. E questo è uno dei motivi di maggiore scontro in queste ore, divergenze sulle quali non entreremo in queste colonne.

E tuttavia questo non ci esime da un’amara constatazione di fatto, che è la risultante della raccolta pluriennale di storie di vita che molti nostri Lettori potrebbero riportare: le enormi, spesso insormontabili, difficoltà per le persone con disabilità o per coppie con un partner con disabilità, magari nemmeno ingravescente, nell’ottenere affidi e, vieppiù, adozioni. Quel concetto di “salute” che molti Tribunali valutano è troppo spesso confuso con la disabilità ed è pregiudizio che diviene motivo di reale discriminazione. Era forse questa discussione l’occasione per alcune puntualizzazioni? Forse sì.
La stessa discriminazione che fino ad oggi colpisce gli omosessuali la subiscono da decenni, con altre declinazioni, anche le persone con disabilità. Ma per queste ultime non sembra profilarsi soluzione alcuna. Anzi, il tema non sembra essere nelle agende politiche né all’orizzonte.
(Superando.it)

Una carrozzina per Eva!

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Mi è appena arrivata nella mia casella di posta elettronica una mail davvero agghiacciante nel 2015! Mi si chiede, e lo faccio nella speranza serva, di divulgare la lettera che “Eva” (preferisce essere menzionata così) ha scritto ad alcune testate giornalistiche raccontando la sua impellente necessità.
AD EVA SERVE UNA NUOVA CARROZZINA!
Come ben spiega lei nella lettera (che vi riporto qui di seguito con annesse foto) ormai il mezzo che le permette di essere più indipendente è irrimediabilmente danneggiato. Si è rivolta alle Istituzioni competenti e ha ricevuto solo porte in faccia.
È un suo diritto! È incredibile che ancora ci si debba scontrare contro muri di gomma per i propri basilari diritti!
Aiutiamo Eva, fate girare!
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“Che la sanità a Ragusa non stia passando un momento felice è ormai noto, ma dover supplicare per un mio diritto mi sembra davvero troppo. Non ho santi in paradiso e le “raccomandazioni” non appartengono alla mia cultura. Mi chiamo “Eva” ho 26 anni e scrivo da Ragusa e voglio urlare pubblicamente la mia odissea che mi ha portata, come ultima chance, a rivolgermi a Voi della stampa.
A seguito di un incidente stradale ho subito una lesione spinale e adesso vivo da 7 lunghissimi anni sopra una sedia a rotelle. La stessa sedia che per sette anni mi ha accompagnata nel mio percorso. Adesso l’usura del tempo ha ridotto a brandelli quel che resta della carrozzina: le manopole si staccano ogni due tre, il cuscino su ci si appoggia è scoppio, lo schienale che mi sostiene è instabile, i braccioli sono pericolanti, le ruote sono totalmente squarciate e gli altri componenti della sedia sono precari. Senza la mia sedia a rotelle vivrei la mia vita su di un letto.
Due anni fa mi sono rivolta all’Azienda Sanitaria Provinciale seguendo il normale iter burocratico per la sostituzione e/o riparazione dei pezzi. Non ricevetti nessuna risposta e riparai la mia carrozzina con scotch ed altri materiali di fortuna. Tornai alla carica provando a far valere i miei diritti…e le mie speranze. Ripresentai la documentazione per farmi consegnare una sedia nuova di zecca richiesta, fra l’altro, dall’unità spinale del Cannizzaro di Catania !
Le risposte sono state brevi, sempre uguali, fredde, lavative, quasi inumane. “Non dipende da noi, c’è una lista da rispettare, abbiamo problemi di budget”.

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Sono andata di persona all’Asp di Ragusa ma nessuno ha voluto ascoltare la mia richiesta ne tantomeno fornirmi delle risposte in merito alla mia condizione. Il silenzio delle Istituzioni, dalle quali vorrei sentirmi tutelata, mi preoccupa perché non ho più altre strade da percorrere. Ho bussato a qualsiasi porta, trovandola sempre chiusa. Adesso la mia sedia a rotelle è arrivata al capolinea e con essa anche la mia speranza di mettermi al pari con tutti gli altri.”

Assistenza domiciliare non professionale: un diritto garantito a metà e non sempre. L’inganno socio-sanitario

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Autore: Eleonora Campus

“Con le sentenze 154 – 156 e 157 del 2015, il TAR della Regione Piemonte ha confermato che le “prestazioni socio-sanitarie” domiciliari  (cd. assistenza tutelare) delle “persone non autosufficienti” (cioè con disabilità e non autosufficienza), sono qualificate come Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) ossia, le prestazioni e  i servizi che il Servizio sanitario nazionale (istituito dallalegge 23 dicembre 1978, n. 833) –  è obbligato a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione cioè, il cd. ticket (cfr.Ministero della Salute). 

Si tratta, nel caso in esame,  delle «prestazioni di aiuto infermieristico e assistenza tutelare alla persona» fornite da familiari e da badanti. Le prestazioni comprese nei  LEA dunque, sono un diritto pieno ed immediatamente esigibile da parte degli interessati. La Corte  del Piemonte nel caso specifico, ha accolto i ricorsi  del Comune di Torino (sent. 154 del 2015), di numerosi altri Comuni ed Enti gestori delle funzioni socio-assistenziali piemontesi (sent. 157 del 2015), ed anche  di alcune associazioni di categoria (sent. 156 del 2015) che,  con le stesse motivazioni, hanno agito contro le delibere n. 25 e 26/2013, n 5/2014 della Giunta Regionale. In particolare il Tribunale ha annullato questi provvedimenti  nella parte ove risultavano lesivi del “diritto esigibile” alle prestazioni socio-sanitarie domiciliari  – in questo caso svolte da persone non professioniste come familiari e badanti perché i provvedimenti non intaccavano quelle svolte da personale tecnico dell’assistenza o infermieri- rivolte a  persone anziane non autosufficienti nei vari momenti della vita quotidiana a casa propria.

L’illegittima posizione della Regione Piemonte – secondo il TAR –  è dovuta al fatto che le delibere di Giunta avrebbero “spostato” anche la quota sanitaria  delle  prestazioni domiciliari, svolte da familiari e badanti e corrisposte attraverso il cd. “assegno di cura”, al settore assistenziale riclassificandole interamente (al 100%) come interventi di tipo socio-assistenziali “extra-LEA” (cioè fuori dei LEA). Di conseguenza, il settore sociale  (Utenti/Comuni) se ne è completamente  fatto carico.

Invece, tutte le  prestazioni  di assistenza tutelare sono definite come LEA dal d.P.C.M del 29 novembre 2001  e, perciò, riguardano un servizio che deve essere  “gestito e coordinato direttamente dal Distretto socio-sanitario delle Aziende Sanitarie Locali in collaborazione con i Comuni”  come disposto  dal d.P.C.M.  del 14 Febbraio 2001 che è  l’Atto di Indirizzo di classificazione delle prestazioni.

Secondo la Corte questi  Livelli, in quanto essenziali, non sono limitabili e l’ erogazione deve essere garantita dal Sevizio Sanitario, a “livelli uniformi”, su tutto il territorio nazionale come stabilito dal  d.lgs, 30 dicembre 1992, n. 502  e dal successivo d,lgs.  n. 229 del 1999 (cd. decreto Bindi che da una spinta alla regionalizzazione) – entrambi di Riforma del SSN –  che sono anche la normativa di riferimento dell’Atto di Indirizzo del 14.02.2001  e del  d.P.C.M. del 29 novembre 2001.  Secondo il TAR attraverso una interpretazione deld.P.C.M del 29 novembre 2001 orientata prima di tutto alla Costituzione e alla salute come “diritto fondamentale  dell’individuo e interesse della collettività” (tutelato dalla Repubblica ai sensi dell’articolo 32 Costituzione rispetto anche al dovere di solidarietà sociale ai sensi dell’art. 2 Cost.),  le prestazioni socio-sanitarie sono diritti che non possono essere negati, neanche in caso di  risorse di bilancio scarse o a fronte del  risanamento del debito sanitario di alcune Regioni in disavanzo (come il Piemonte) cioè,  in una situazione in cui i costi hanno superato le entrate. E’ il Servizio Sanitario Nazionale che ha il compito di rendere effettiva la tutela richiesta dalla Costituzione, attraverso  i LEA definiti dal  Piano Sanitario Nazionale nel rispetto dei “principi della dignità della persona umana, del suo bisogno di salute, dell’equità nell’accesso all’assistenza, della qualità delle cure e della loro appropriatezza riguardo alle specifiche esigenze (…)” (come disposto dall’ articolo 1, comma 1 e 2 del d.lgs. n.502 del 1992). 

Riguardo al caso specifico, secondo la Corte la questione centrale è  una corretta interpretazione della nozione di “assistenza tutelare alla persona”, stabilita dal d.P.C.M del 29 novembre 2001  (Allegato 1.C, par.n. 7, lett. e). A nulla infatti vale la motivazione della Regione Piemonte che senza alcuna base normativa ed arbitrariamente non ritiene “tutelare” solo quella fornita da operatori senza specifica qualifica professionale. Il Tribunale ha affermato che questo tipo di  prestazioni socio-sanitarie fornite da personale non professionista  rientrano comunque nei Livelli Essenziali di Assistenza (dunque nella immediata esigibilità) – per la parte importante e non modificabile sia del diritto alla salute che  all’assistenza socio-sanitaria, imposta dallaCostituzione all’art. 32 ed ai sensi dell’art. 117, comma 2. lett. m, Cost.  (principio già affermato  dalla stessa Corte Piemontese con sentenza n. 199 del 2014) –   come indicati con d.P.C.M. 29 novembre 2001. Tale decreto con la nozione di “assistenza tutelare” attua la previsione generale  dell’art. 1, comma 6, del d.lgs. n. 502 del 1992  che dispone che l’assistenza sanitaria deve essere e erogata dal Servizio sanitario nazionale  e si svolge negli ambiti dei LEA specificatamente dell’assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e di lavoro, dell’assistenza distrettuale e dell’assistenza ospedaliera.

Le sentenze sono importanti perché, basandosi su una precisa normativa Costituzionale e Statale in materia,  nonché su precedenti sentenze del TAR stesso,  danno corpo alla salvaguardia  dell’esigibilità del diritto alle prestazioni socio-sanitarie  contrapponendole  alle «esigenze della finanza pubblica» che non possono portare a schiacciare la parte fondamentale e non modificabile  del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana e del diritto primario ai sensi dell’articolo 32 della Costituzione. Più dettagliatamente infatti, secondo la Corte, per le “prestazioni sociali a rilevanza sanitaria” ( come anche l’assistenza tutelare)  il riferimento èl’articolo 3-septies, comma 2, lettera b, del d.lgs n.502 del 1992 ai sensi del quale esse comprendono “tutte le attività del sistema sociale che hanno l’obiettivo di supportare la persona in stato di bisogno, con problemi di disabilità o di emarginazione condizionanti lo stato di salute”. Da notare che anche l’emarginazione condiziona lo stato di salute. Dunque,  questo tipo di prestazioni  proprio per la loro natura sociale  ma di importanza sanitaria (la cura della persona, il soddisfacimento dei suoi bisogni primari come alzarsi, lavarsi, vestirsi, andare in bagno, la preparazione e l’aiuto durante i pasti, l’assistenza nei movimenti,  la somministrazione dei farmaci se necessari),  sono  particolarmente adatte sia ai bisogni di cura della persona non autosufficiente (art. 32 Cost.) sia alla salvaguardia della sua dignità in un momento particolarmente difficile della sua vita (cfr. sent. TAR 156 del 2015).

Secondo il giudizio del TAR se l’esecuzione del programma di solidarietà sancito in Costituzione incontra ostacoli di tipo economico-finanziario per l’obiettiva carenza di risorse da stanziare e/o in caso di accordi di rientro da deficit, il rimedio più immediato non è la violazione dei LEA negandoli,  ma è una diversa allocazione delle risorse disponibili (cfr. anche sent. 36/2013 della Costituzione).   E questo vale  pure per  «le prestazioni di aiuto infermieristico ed assistenza tutelare alla persona» che sono e devono continuare ad essere garantite ed erogate dal SSN o a titolo gratuito o con partecipazione alla spesa (art. 1, comma 3, del d.lgs. n. 502 del 1992). Pertanto, il TAR ha stabilito che resta il mantenimento del 50% del loro costo a carico del Servizio sanitario. Spetta alle singole amministrazioni (nel caso in questione alla Regione) predisporre le risorse in modo tale da equilibrare i vari interessi protetti dalla Costituzione che chiedono di essere realizzati  (cfr.TAR Piemonte, sentenza n.199 del 2014 e sentenza 156 del 2015). Inoltre, il  Piemonte ha violato la sua stessalegge Regionale n. 10 del 2010 (servizi domiciliari per le persone non autosufficienti), che include tra le prestazioni di lungo-assistenza croniche, anche le prestazioni non professionali di “assistenza familiare” (cosi come pure alcune delibere di Giunta in vigore). A seguito delle sentenze, la Regione non esprimeva l’intenzione di ricorrere  al Consiglio di Stato contro i giudizi  del TAR,  che annullando le delibere di Giunta Regionale, ha riportato alla titolarità della sanità la metà del pagamento delle prestazioni di aiuto infermieristico e di assistenza tutelare ai non autosufficienti.

Un abuso evitato e una normativa discriminatoria che resta

Tuttavia, a ben vedere il Tribunale evita l’ “ulteriore abuso” dello spostamento totale delle prestazioni di assistenza tutelare al settore sociale perché la metà di questi  costi già non rientrano nella copertura del SSN  e si continua – sulla base di una precisa storia  normativa – ad assoggettarli (al solo scopo di risparmiare) alla non equa contribuzione attraverso l’attribuzione di una percentuale di spesa all’utente o al comune.  

A partire dalla metà degli anni ottanta  infatti, la legge finanziaria del 1984 (Legge 730/83, art. 30) crea lo strumento che permette  questo abuso e cioè, la  specifica area di integrazione socio-sanitaria che comporta un nuovo regime di finanziamento ove riversare   alcune categorie “selezionate” di cittadini. Questa area  vede l’integrazione di risorse sanitarie e sociali perciò, attribuibili ad un ambito integrato e  non ad un ambito di competenze solamente sanitarie o ad un ambito di competenze solamente sociali. E’ decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’8 agosto 1985 (cd. decreto Craxi che è un atto di indirizzo e coordinamento a cui demandava la legge finanziaria del 1984) che ha il compito di definire  le  “attività di rilievo sanitario connesse con quelle  assistenziali” cioè, quelle per le quali era prevista una quota a carico del servizio sanitario nazionale e non più l’interezza.   Perciò , le Regioni  – a cui il decreto  è rivolto – vengono autorizzate a legittimare una “compartecipazione sanitaria” alla spesa allo scopo  di spostare alcune fasce di utenti (individuate dalle Regioni stesse) dal settore sanitario a quello socio-sanitario rispetto ad alcune  prestazioni  di prevenzione, cura e riabilitazione  fisica e sociale, che fino a quel momento erano state un diritto soggettivo pienamente esigibile perché  a carico delle Unità Sanitarie Locali – ossia le attuali  Aziende Sanitarie Locali –  con risorse totalmente  provenienti  dal  fondo sanitario nazionale.

Il trasferimento al nuovo settore integrato ha riguardato ai sensi del decreto Craxi del 1985:  l’area materno infantile, le persone con handicap,  gli anziani  non autosufficienti, i dementi senili e i malati di Alzheimer, ipazienti psichiatrici. Molti anni dopo, con il  d.P.C.M.  del 14.02.2001 si aggiungono : le persone non autosufficienti con patologie cronico degenerative; isoggetti alcolisti e tossicodipendenti; gli affetti da patologie psichiatriche; gli affetti da patologie da Hiv.  Il Servizio Sanitario mantiene a totale carico solamente i pazienti terminali rispetto alle «prestazioni e trattamenti palliativi in regime ambulatoriale domiciliare, semiresidenziale, residenziale». Con il d.PC.M. del 14.02.2001, si impone ai Comuni  – titolari delle funzioni socio-assistenziali  delle aree territoriali di provenienza degli utenti –  di finanziare  (senza risorse aggiuntive) una parte delle attività  rispetto a queste  tipologie di utenti. Al decreto del 14/02/2001 fa seguito, nel novembre dello stesso anno, il “decreto Sirchia” del 29 novembre 2001 che definisce i “Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria”. Anche questo d.P.C.M. conferma il trasferimento degli utenti all’area di integrazione socio-sanitaria e inserisce alcune prestazioni rigorosamente sanitarie tra quelle “assistenziali” già assoggettate dalla precedente normativa alla contribuzione da parte del cittadino e/o del Comune.

In pericolare, il decreto  del 29 novembre 2001 stabilisce che le spese per “prestazioni di assistenza tutelare” (di interesse del caso del TAR Piemonte) al 50% sono considerate “quota sanitaria” e rientrano nei LEA. Dunque, come ribadito anche dalla Corte Piemontese, tali costi devono essere coperti dalla ASL per l’intera quota in questione  e sono a carico e garantiti dal Servizio Sanitario nazionale (Allegato 1.C, par.n. 7, lett. E). Il restante 50% delle spese, invece, sono considerate “quota sociale” e non rientrano nei LEA. Perciò sono a  carico dell’utente al quale viene richiesto di contribuire, in genere, per tutta la quota detta  e se non ha redditi sufficienti deve intervenire il Comune di residenza sulla base dell’ISEE dell’interessato e con risorse di uno specifico fondo sociale: il  Fondo Non Autosufficienze (FNA). In sostanza, ci si trova di fronte ad una compartecipazione dei costi tra il settore sanitario nazionale (ASL) che per la metà  garantisce le prestazioni a tutti gli aventi diritto, ed il settore sociale a livello locale (utente/Comuni) che per l’altra metà impatta sull’interessato e – ove interviene il Comune – si basa sulle risorse disponibili e sulla discrezionalità dell’Ente nello stabilire l’accesso agli interventi.

Con l’articolo 54 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Legge finanziaria 2003) si fa un passo avanti perché sono  confermati i livelli essenziali di assistenza stabilitidall’articolo 1, comma 6, del d,lgs.  n. 502 del 1992,  ed i due d.P.C.M del 2001 acquistano forza di legge. Grazie alla finanziaria,  le prestazioni socio-sanitarie – per la parte dei LEA –  diventano “diritti soggettivi immediatamente esigibili” di cui godere nei confronti degli Enti Gestori e della ASL di riferimento (come disposto dall’articolo 4, comma 2, del d.P.C.M. 14. 02.2001). Ai sensi del comma 2 dell’art.54 della legge finanziaria 2003,  sulla scorta del secondo  e terzo d.lgs. di riforma del SSN (d.lgs. 502 del 1992 e d.lgs. 229 del 1999), il Servizio Sanitario deve comunque garantire“attraverso le risorse finanziarie pubbliche individuate dal comma 3 e conformemente ai principi e gli obiettivi indicati dagli articoli 1 e 2 della legge 23 dicembre 1978, n.833” prima legge di istituzione e di riforma del SSN: “i livelli essenziali e uniformi di assistenza definiti dal Piano sanitario nazionale nel rispetto dei principi della dignità della persona umana, del bisogno di salute, dell’equità nell’accesso all’assistenza, della qualità delle cure e della loro appropriatezza riguardo alle specifiche esigenze, nonché dell’economicità nell’impiego delle risorse”. 

L’esigibilità del diritto, importante e ribadita dal TAR,  è stata però conquistata (o per meglio dire riconquistata) “relativamente” grazie alla  finanziaria del 2003. Infatti,  resta il fatto che l’integrazione socio-sanitaria comporta una  divisione in tre quote degli interventi e mantiene le modalità dello spostamento di parte di queste attività dall’area sanitaria a quella sociale.  Perciò  una parte delle prestazioni si confermano  di natura sanitaria quale diritto esigibile e a carico del Fondo Sanitario Nazionale. Ma una parte continuano ad essere  a carico dell’utente e/o  con un’integrazione è a carico del Comune, senza che la normativa statale (compresa la legge 328 del 2000 di Riforma dell’assistenza)  definisca alcun diritto soggettivo a beneficiarne. Anche se il principio   importante che negare le “prestazioni sociali è discriminazione”  è stato disposto dalla  sentenza di Ascoli  (non senza qualche criticità cfr.  in “assistenza e discriminazione: un passo avanti ma non abbassate la guardia”),questa sembra una tutela circoscritta e di altro ambito (quello puramente sociale)  che non deve riguardare le categorie di utenti che  sono state, dal 1985 in poi, man mano e ingiustamente comprese  nell’area di integrazione socio-sanitaria e usufruiscono di tali prestazioni. Un’area costantemente  in bilico tra il legale e l’illegale. 

L’assistenza sociale dunque è un’altra sfera perché è riconosciuta dall’art. 38 della Costituzione alle persone inabili al lavoro e sprovviste dei mezzi necessari per vivere. Ma  inabilità  e mancanza di capacità lavorativa non sono sinonimo di disabilità se pur grave o particolarmente grave e se pur rientrante nella cd. non autosufficienza. E i costi delle prestazioni di aiuto negli atti di vita quotidiana sono accollati e non sopportabili per  tutti per cui, vanno “oltre” i normali mezzi necessari per vivere. Queste prestazioni di assistenza non sono collegabili solo all’indigenza totale. Il riferimento Costituzionale deve essere l’articolo 32 della Costituzione che tutela il diritto alla salute di ognuno ma totalmente, senza frammentarlo (o addirittura disintegrarlo) nell’area sociale definita dall’art. 38 della Costituzione.  

Paradossalmente, anche la legge  di Riforma dell’assistenza 328 del 2000 all’art. 2 comma 3 e 4  da la precedenza   di accesso alle prestazioni a tutti i soggetti che si trovano in condizione di povertà, o con limitato reddito, nonché ai soggetti sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria che rendono necessari interventi assistenziali. E sulla povertà e sulle soglie di quello che dovrebbe essere un “limitato reddito” si gioca – attraverso l’iniquo strumento dell’ISEE –  l’ennesima esclusione dei soggetti deboli da prestazioni ed erogazioni volte ad assicurare i  diritti fondamentali. Ma se questo è vero, per capire i processi di esclusione e di abuso avvenuti con la creazione dell’area socio-sanitaria, occorre chiedersi cosa intendiamo per non autosufficienza e chi intendiamo siano i soggetti non autosufficienti.

Cosa è la non autosufficienza e chi sono le persone non autosufficienti

La non autosufficienza non è una condizione  standard: possono rientrarci  persone con esigenze diverse che hanno bisogno di cure per tutto l’arco della vita o che si devono inserire nella vita quotidiana come chiunque altro.  Può dunque riguardare bambini,  giovani, adulti, anziani malati cronici e/o  non autosufficienti, persone con disabilità  fisica, psichica e sensoriale, malati psichiatrici, di Alzheimer, con HIV, oncologici e patologie croniche varie. Sono tutti soggetti  che necessitano di assistenza infermieristica, di prestazioni terapeutiche, fisioterapiche e riabilitative a casa propria  o presso strutture diurne e residenziali ma, hanno bisogno  anche di supporto negli atti di vita quotidiana compreso l’aspetto umano e relazionale verso il mondo esterno.   Tutte queste persone hanno il diritto ad usufruire delle prestazioni di assistenza domiciliare – nella forma da loro scelta ai sensi della Convenzione ONU sulle persone con disabilità – per far fronte ad esigenze fondamentali di vita quotidiana e non soccombere in assenza di supporto. Va da se che per affrontare tali esigenze nessuno deve essere messo in condizione di sopportarne il peso economico (se non classificato come indigente) e di sprofondare a sua volta in povertà estrema.

Gli esclusi parziali e gli esclusi integrali; l’incertezza del diritto, l’arbitrarietà delle valutazioni di accesso alle prestazioni, la competenza sociale come strumento di abuso

In tutte le prestazioni socio-sanitarie elencate neld.P.C.M. del 29 novembre 2001  – come afferma specificatamente il d.P.C.M. stesso – la componente sanitaria e quella sociale non  risultano  operativamente distinguibili tra loro.   Perciò,  le prestazioni sociali richiamate nei Lea devono essere  considerate unitamente sia  con quelle sanitarie che con quelle  socio-sanitarie. La competenza  degli interventi stabiliti dal decreto 29 novembre 2001 è dunque sanitaria comprese le prestazioni socio-sanitarie che con l’approvazione dell’articolo 54 della legge 289/2002rientrano,  conformemente alla  legge, tra i Livelli essenziali (come da allegato 3, lettera d del decreto 2001) che il Servizio sanitario è obbligato  a garantire.

Eppure si continua a mantenere il sistema della compartecipazione  tra il Servizio Sanitario Nazionale e l’area sociale su base locale  secondo una logica di risparmio economico a danno degli Utenti e/o Comuni.  Non solo: le  prestazioni  assistenziali di natura diretta, indiretta e di vita indipendente – rivolte a persone con gravi disabilità e/o non autosufficienza – che dovrebbero rientrare nella nozione di “assistenza tutelare” (e dunque nelle prestazioni sanitarie a rilevanza sociale)  ne sono invece alcune volte  escluse arbitrariamente in contraddizione con la normativa nazionale che vale per tutte le persone con disabilità e/o non autosufficienti, nonché per i malati e per tutte la fasce di età. Queste sono attività che se non supportate, addirittura, lascerebbero la persona non solo emarginata ma anche in uno stato di completo “abbandono” con un degrado fisico e psichico della persona in violazione dei più elementari diritti. Pertanto, riconducono al benessere fisico e psichico della persona. Si fa fatica in generale  a definire attività di questo tipo  “sociali” già per la pesante parte a carico  degli Utenti e/o Comuni rispetto all’area integrata socio-sanitaria che è quella ove – almeno in parte –  si può utilizzare il concetto dei LEA. Figuriamoci se come nel caso dell’assistenza diretta, indiretta e della vita indipendente queste sono – a volte – discrezionalmente  considerate e scaricate interamente nel settore sociale  e dunque rimesse alle risorse disponibili – derivanti dal Fondo Sociale Nazionale non autosufficienze istituito dalla legge finanziaria 2007 (legge 296 del 2006, articolo 1, commi 1264 e 1265) – dell’Ente Gestore delle Funzioni Assistenziali (Comune). Oltretutto,  il Fondo Sanitario Nazionale non autosufficienze è aggiuntivo e complementare alle risorse  già destinate dal Fondo sanitario Nazionale agli interventi  a favore delle persone non autosufficienti da parte delle Regioni e delle autonomie locali.  Il FNA    dunque,  non  sostituisce quello sanitario nazionale ma lo integra, è più ridotto e destinato esclusivamente ai Comuni per  coprire   i costi di “rilevanza sociale” dell’assistenza socio-sanitaria ma  pure le prestazioni accollate indebitamente in maniera totale ai Comuni!  (cfr.  art. 2, comma 2 del decreto interministeriale di riparto del 12 ottobre 2007). Si tratta poi di un Fondo non strutturale e per il quale ogni anno non c’è certezza di riconferma.

Inoltre, al fine di quantificare la prevalenza sanitaria o sociale di questi interventi, i soggetti interessati  alle prestazioni di assistenza sono sottoposti alla verifica della loro percentuale di “gravità” da parte di apposite  Commissioni. Perciò, la compartecipazione del SSN  è  garantita   ai soggetti  con disabilità  “grave” o di “particolare gravità”  riconosciuta ai sensi della Legge n. 104/92 art. 3 co e valutati come “gravi” da parte di queste unità multidisciplinari  ai sensi dell’art. 4 della legge 104/92 e tenendo conto di quanto previstodall’articolo 19 della legge 104/92. La Commissione multidisciplinare (sociale e sanitaria) a sua discrezione può considerare l’assistenza diretta, indiretta e di vita indipendente con carico suddiviso tra ASL e Comune – come tutte le prestazioni socio-sanitarie di assistenza tutelare –  così come invece,  completamente a carico del Comune valutandole in regime socio assistenziale …….E nella realtà troppo spesso purtroppo, si arriva a non riconoscere in alcun  modo entro i LEA l’assistenza diretta, indiretta e di vita indipendente perché viste   esclusivamente – e illegittimamente – come un problema sociale.  Solo per le prestazioni degli utenti classificati “gravissimi” c’è la certezza dell’erogazione diretta  della Regione in regime  socio sanitario.   Le Regioni applicano le forme di assistenza secondo norme e regolamentazioni proprie.

Evidentemente il concetto di “gravissimi” lo si fonda sulla categoria  “prestazioni – socio-sanitarie ad elevata integrazione sanitaria” (sulla scia di quanto disposto dai due decreti di Riforma del SSN: d.lgs. 502 del 1992 e d.lgs. del 1999) di fase “intensiva” di competenza soprattutto sanitaria perché comportano un impegno riabilitativo  specialistico di tipo diagnostico e terapeutico, di elevata complessità,  di durata breve e definita. Le  modalità operative sono residenziali, semiresidenziali, ambulatoriali e domiciliari. In particolare,   il decreto Bindi del 1999 nell’ambito“prestazioni – socio-sanitarie ad elevata integrazionesanitaria” individua anche quelle in fase “estensiva”  che comportano una presa in carico specifica per un periodo medio-lungo prestabilito perciò, anche se l’ impegno terapeutico è minore, sono anch’esse di competenza maggiormente sanitaria.  Mentre nel tipo di “lungo assistenza” prevale – discutibilmente – la “competenza sociale” perché l’intervento è visto come volto a favorire la vita sociale attraverso il mantenimento della migliore autonomia funzionale possibile e il rallentamento del suo degenerare. Comunque negli obiettivi del decreto, tutti questi tipi di interventi  sono rivolti a soggetti “di particolare gravità” al fine di garantirgli il diritto ad essere curati attraverso  risposte celeri e certezza del finanziamento (per la parte coperta dal SSN che deve rientrare nei LEA) della prestazione.

Dai decreti di Riforma del SSN ai d.P.C.M. di attuazione: l’evidenza normativa dell’illegittimità dell’esclusione totale attraverso la deportazione totale all’area socio-assistenziale e l’esclusione parziale che resta

Oltre alla nuova categoria delle prestazioni socio-sanitarie di elevata intensità, in generale il decreto Bindi ripuntualizza la categoria delle “prestazioni sanitarie a rilevanza sociale” (nate con il decreto Craxi del 1985) – ossia  le attività finalizzate alla promozione della salute, alla prevenzione, individuazione, rimozione e contenimento di esiti degenerativi o invalidanti di patologie congenite e acquisite –   di competenza prevalentemente sanitaria e a carico della ASL. Altresì definisce  anche la categoria  delle “prestazioni sociali a rilievo sanitario” cioè “le attività del sistema sociale che hanno l’obiettivo di supportare la persona in stato di bisogno, con problemi di disabilità o di emarginazione condizionanti lo stato di salute”  la cui competenza è soprattutto sociale e dunque  richiedono un maggiore impegno dei Comuni (Enti gestori delle funzioni socio assistenziali) con compartecipazione da parte dell’utente  e minori costi per le Aziende Sanitarie (SSN) .

E’ da notare che in nessuna delle categorizzazioni del decreto si evidenzia un’ ipotesi a completo carico dell’area sociale omettendo del tutto il SSN:  al massimo, si arriva ad ipotizzare una prevalenza di carico di un’area rispetto all’altra.  Oltretutto, le attività specifiche delle “aree materno infantile, anziani,handicap, patologie psichiatriche e dipendenze da droga, alcol e farmaci, patologie per infezioni da H.I.V. epatologie in fase terminale, inabilità o disabilità conseguenti a patologie cronico degenerative” rientrano nelle “prestazioni – socio-sanitarie ad elevata integrazione sanitaria” di livello “intensivo” o “estensivo” e dunque, il carico deve gravare maggiormente sul Servizio Sanitario Nazionale”. Inoltre, l’art. 1 del d.lgs. n. 229 del 1999 (che sostituisce Il comma 7 dell.’art.1 del d.lgs. n. 502 del 1992)  fa rientrare nel concetto di assistenza sanitaria i servizi e le prestazioni sanitarie che hanno, per specifiche condizioni cliniche o di rischio,certezze scientifiche di un significativo beneficio  rispetto alla  salute, a livello individuale o collettivo, anche quando le  risorse impiegate per garantire i livelli essenziali e uniformi di assistenza  risultano enormi.  

A seguire invece, in  attuazione di quanto previsto daidecreti legislativi di Riforma 502/92 e 229/99,   i d.P.C.M. 14 febbraio 2001 (Atto di indirizzo e coordinamento in materia di prestazioni socio-sanitarie) e d.P.C.M. 29 novembre  2001 (Definizione dei LEA) – all’elencazione delle loro Tabelle allegate  – hanno scaricato addosso agli Utenti e/o Comuni il peso eccessivo di tutta una serie di prestazioni che (come disposto nelle categorie del decreto Bindi) dovevano rientrare maggiormente nei LEA e derivare dal Fondo Sanitario Nazionale. La parte sociale richiamata nei LEA dal decreto del 29 novembre 2001 – come già detto e anche guardando estensivamente a  seguito della finanziaria 2003 – deve essere considerata non scissa ma unitamente alle prestazioni sanitarie e socio-sanitarie. In questo senso, è interessante notare anche che il d.P.C.M 14.02.2001 – riferimento normativo fondamentale del   d.P.C.M  29/11/2001 come specificato all’allegato 3, lt. d e riletto alla luce della finanziaria 2003) – assegna e mette a carico delle ASL l’insieme delle “prestazioni sanitarie a rilevanza sociale”, dunque, si può dedurre,  anche quelle non caratterizzate  da elevata integrazione. Inoltre, questi interventi sono personalizzati, di durata medio/lunga e sono erogati in vari regimi tra i quali risulta anche quello domiciliare (oltre a quello ambulatoriale, o nelle strutture residenziali e semiresidenziali).

Quell’esigibilità “completa” dei diritti da riconquistare che non ammette “carenza di motivazione”

Da quanto detto finora, appare evidente che,  dal 1985 in poi,  sono state “selezionate” alcune categorie di persone sottraendogli il pieno godimento di diritti umani fondamentali attraverso la “deportazione” in un’area “appositamente” creata che di fatto ha solo creato nel tempo esclusioni parziali o totali dalla protezione Costituzionalmente garantita ai sensi dell’art. 32 (diritto alla salute) e dalle garanzie rivolte a tutti i cittadini dallalegge 833 del 1978 (prima Riforma del SSN e sua Istituzione).

La politica e le esigenze di risparmio economico hanno prevalso sui diritti innati e sacrosanti di alcuni. La divisione delle competenze tra Stato, Regioni e Comuni ha favorito solo confusione, mano libera negli abusi, e lo scaricare le esigenze vitali delle persone più fragili dagli uni agli altri, affidandole il più delle volte  a fondi incerti, esigui e discrezionali. Di fatto – inconsapevolmente per gli interessati – tutto questo è avvenuto pian piano, quasi silenziosamente. Una vera e propria strategia di soppressione dei più deboli e di espulsione dai diritti attraverso una “selezione” che non possiamo permettere e che con la memoria riporta a tempi bui dove alcune persone erano considerate indegne di vivere.

Non dobbiamo dimenticare che prima del 1985, le categorie interessate da quella che è stata una deportazione in un limbo infame (e non un trasferimento ad un’utile  area delle prestazioni) avevano la piena esigibilità dei diritti successivamente frammentati e negati parzialmente o totalmente. Dunque, le prestazioni socio-sanitarie devono essere diritti da garantire completamente perché collegati ad esigenze vitali elementari di alcune fasce di persone deboli e discriminate perché selezionate appositamente al solo fine di contenere la spesa. E come si è visto finora (secondo anche quanto ribadito dai TAR e dalla Corte Costituzionale) le politiche di risparmio non possono comprimere i diritti umani.

Occorre riprendersi  i diritti sottratti a volte con una parvenza legittima ma discutibile, altre volte invece  in modo sfacciatamente illegittimo. A questo proposito potrebbe raggiungere lo scopo un’azione collettiva – così come avvenuto già con i ricorsi contro il nuovo ISEE – tenendo conto di quanto ricostruito finora in questo articolo per acquisire coscienza degli abusi che ci sono stati e tutt’ora ci sono, nonché della deriva che si potrebbe raggiungere se si continuerà ad accettare passivi tutto questo. Si tratta di  un argomento che riguarda tutti perché come visto, la non autosufficienza e le situazioni di gravità o malattia riguarda una gran quantità e varietà di persone. Di fatto tutte le categorie selezionate sono chiamate in causa – nessuno se ne può tirar fuori – perché tutte sono state deportate nell’area di abuso escludendole dalle tutele  vuoi parzialmente, vuoi totalmente.

Prima di scrivere questo articolo – frutto della lettura delle sentenze Piemontesi ed anche  di un lavoro di ricerca nonché di riflessione – ero un po’ titubante se procedere o meno. Mi sembrava un lavoro superfluo e che non avrei potuto dare molto di più di quello che già si “sapeva”. Poi ho iniziato ad ascoltare alcune testimonianze dirette dalle quali sono emerse le situazioni reali di abuso (storie di singoli) e una certa confusione nel capire se la propria esigenza rientrava in questa o quella legge oppure in questo o quell’altro tipo di assistenza. Questa mancanza di consapevolezza mi sembrava assurda e ingiusta perché le persone si trovano catapultate e schiacciate  nelle pressanti esigenze di vita quotidiana e negli iter burocratici. Le leggi se le ritrovano addosso con tutto il loro impatto negativo e nessuno ha interesse a spiegare –  o è meglio dire che  forse più di qualcuno ha interesse che gli interessati continuino a ignorare – come sono arrivati  a quel tipo di situazione e se davvero nulla si può fare per contrastare certi tipi di abusi. Partendo dalle sentenze Piemontesi e procedendo sistematicamente con una ricostruzione normativa e storica, penso che si può comprendere meglio e agire in giudizio  collettivamente per far si che le cose cambino.

Augurandomi semplicemente di essere stata – un minimo –  utile affinché molti possano prendere il coraggio e la consapevolezza di lottare per riconquistare i diritti sottratti.”

di Giovanni Cupidi