FIRST – Convegno al Senato su Sostegno e Tutela – I miei interventi

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Si è svolto oggi a Roma presso la Sala degli Atti Parlamentari del Senato il convegno organizzato dalla FIRST (Federazione Italiana Rete Sostegno e Tutela delle persone con disabilità) su Inclusione Scolastica, Vita Autonoma e Indipendente e sul Dopo di Noi.

Sono stato invitato a partecipare in quanto responsabile della FIRST per gli argomenti riguardante vita indipendente e autodeterminazione delle persone con disabilità. Ho svolto il mio intervento in videoconferenza da casa non potendo essere fisicamente presente nella Biblioteca G. Spadolini. Nonostante alcune difficoltà tecniche sono riuscito a completare il mio intervento ponendo all’attenzione dei partecipanti i punti che credo meritino più attenzione in questo momento. Oltre ad aver portato parte della mia esperienza personale ho anche parlato dei problemi relativi all’assistenza domiciliare, alla scuola, al mondo del lavoro ma soprattutto l’impostazione che credo oggi sia necessaria mettere in atto nei confronti delle persone con disabilità affinché la società possa veramente includerle. Ossia il fatto che bisogna considerare le persone non come qualcuno da assistere ma bensì come qualcuno che può contribuire al benessere della società attraverso le proprie peculiarità, le proprie potenzialità in modo da diventare contribuente al miglioramento della vita di tutti.

Successivamente è intervenuta l’On. Anna Margherita Miotto che ha illustrato parte della legge sul Dopo di Noi (trust, detrazioni fiscali, assicurazioni) per poi passare ad affrontare il cuore del problema sul Dopo di Noi, la scomparsa dei genitori che lasciano la persona con disabilità “da sola” in casa. A questo punto l’On. Miotto ha detto qualcosa che non credevo ancora potesse appartenere alla cultura di chi affronta temi come questi, del tipo: “la persona con disabilità, specialmente se grave, che resta orfana può essere accolta in una muova realtà abitativa così come prevede la legge sul Dopo di Noi perché ovviamente non è sostenibile economicamente mettere in campo una assistenza domiciliare H24 che prevede la presenza di cinque operatori.” A questo punto ho chiesto di intervenire nuovamente per dare risposta a questa affermazione della deputata, intervento che vi riporto con l’esatta trascrizione. Lascio a voi le deduzioni:

“Volevo rispondere all’onorevole che ha appena detto una cosa che mi ha sconcertato, scusate il termine. Secondo la sua opinione, la persona con disabilità che si trova all’interno della propria abitazione, alla morte del genitore o dei genitori, debba, siccome non è possibile dal punto di vista economico, sempre secondo l’onorevole, garantire un sistema di assistenza domiciliare in H24, lasciare la propria casa per provare una nuova forma di nucleo abitativo che possa essere garantito. Ora, secondo me questa affermazione, se ho compreso bene, è assolutamente inaccettabile. Ribadisco inaccettabile. Parlo del mio caso ma che può servire da esempio per molti altri. Io sono orfano di padre, mio padre era un professore universitario, il professore Cupidi, che tra l’altro, era delegato del Rettore per la Disabilità all’Università di Palermo.

Non c’è più da 14 anni. Io vivo in casa mia, di proprietà, con mia madre che mi assiste H24 con tutti i problemi del genitore, e lasciamo perdere anche la parola caregiver, preferisco parlare di genitore che assume sulle sue spalle la completa assistenza del proprio caro, e usufruisco di una assistenza domiciliare che mi viene garantita solo per qualche ora al giorno. Secondo quello che ha detto l’onorevole, se in questo momento mia madre dovesse scomparire – facciamo le corna e scusatemi -, io dovrei lasciare la mia abitazione e trovare una nuova forma abitativa che fosse più conveniente per lo Stato.

[la deputata dice ‘no, no’]

Per favore lasciatemi finire, questo è stato detto. Io ascolto pacificamente tutti. E’ stato detto che è ovvio che non si può garantire un sistema di assistenza domiciliare H24 che preveda 5 persone che possano turnarsi. Questo è stato detto. Il fatto che uno Stato non riesca a garantire una persona come me, che si è laureata, che ha un dottorato di ricerca, che è perfettamente in grado, e lo fa, di autodeterminarsi in tutte le sue scelte, è inaccettabile che lo Stato non riesca a lasciare libera la persona di decidere di rimanere nella sua casa. Se questo non è possibile, allora noi sinora abbiamo sbagliato tutto: sono sbagliate le leggi, l’intervento, anche l’impegno che ognuno di noi ha messo.

Se oggi mi si viene a dire che questo non è pensabile, non è ipotizzabile, non è realizzabile, allora, perdonatemi ma noi abbiamo sbagliato tutto. Ci tenevo a dirlo perché è qualcosa che io vivo ogni giorno sulla mia pelle, e ogni giorno, quando apro gli occhi, spero che mia madre sia in grado di occuparsi di me perché in questo momento lo Stato mi ha abbandonato per le altre 20 ore della giornata. Grazie.

LA RETE DEI 65 MOVIMENTI PER IL SOSTEGNO CHIEDE IL RITIRO DELLA DELEGA SOSTEGNO

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​In questi giorni, direi in queste ore, in Parlamento sono in discussione il decreti attuativi della legge 107 sulla Buona Scuola nella parte che riguarda il sostegno agli alunni con disabilità e,  conseguentemente, il loro diritto allo studio. Inoltre si sta affrontando una modifica molto importante della legge 104/92 ossia la norma che sancisce i diritti di una persona con disabilità.  Nella fattispecie si intende modificare l’attuale quando normativo in relazione alle ore di sostegno spettanti allo studente con disabilità, quale sia il soggetto istituzionale che debba stabilire ciò, il numero dei docenti necessario, ma anche se gli studenti di licenza media possano continuare a conseguire il diploma attraverso prove equipollenti come previsto dalle leggi in vigore. Queste per citarne solo alcune. 

A fronte di tutto ciò si sono e si stanno opponendo con forza tante associazioni e gruppi di familiari, ma non solo, che si sono unite nella Rete dei 65 Movimenti per il Sostegno che con un documento ufficiale chiedono il ritiro da parte del Governo di tutte le deleghe in discussione in Commissione e che, oltre a non partecipare alle audizioni previste, sarà in Piazza Montecitorio il prossimo 23 Febbraio dalle ore 14 alle 19 proprio per chiedere il ritiro delle deleghe. 

Qui di seguito il comunicato rilasciato da la Rete dei 65 :

La rete dei 65 movimenti per il sostegno (composta da associazioni, genitori e gruppi docenti), dopo aver ascoltato il video dell’On.le Malpezzi sulla delega inclusione, 

chiede il ritiro della delega sostegno, Atto n. 378  –  Schema di decreto legislativo recante norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità

Emendare tutto il testo non ha senso, va assolutamente ripristinata la legge 104 del 92, depotenziata dalla Legge delega.

Bisogna restituire la licenza media agli studenti con disabilità. E’ inumano infatti negare la licenza media, come previsto dalla delega 384, ai ragazzi che presentano delle disabilità, se non sosterranno prove equipollenti.

Lo snellimento burocratico relativo all’accertamento della disabilità, propagandato dal Governo, non c’è, anzi si allungano i tempi a 60 giorni contro i 6 giorni che servivano prima per attestare la condizione di disabilità e attivare così le tutele di legge.

Questo decreto attuativo finge di promuovere l’inclusione, in realtà attiva meccanismi perversi, anche quando rilancia il comma 79 della Legge 107 secondo cui il DS può assegnare lo studente con disabilità ad un docente di classe che abbia la specializzazione per le attività di sostegno. E’ questa l’inclusione?
Il PEI, nella sua elaborazione, sganciato dalla collaborazione dei servizi socio-sanitari e dalle famiglie non ha alcun senso.

Con la delega 378 è stato istituito il GIT (Gruppo per l’inclusione territoriale) di ambito, organo politico avulso dalle reali esigenze degli studenti con disabilità, composto da 4 ds e 2 docenti scelti dai ds.
Il Git d’ambito sostituisce i Gruppi di lavoro provinciale (110 gruppi), i Gruppi di studio e di lavoro (uno per ogni istituzione scolastica: 8.519), i Gruppi per la stesura del PEI (uno per ogni alunno con disabilità).

Il GIT avrà sede presso gli USR, i membri sono scelti dal Dirigente dell’USR, e avrà lo scopo di  razionalizzare le risorse.
 Con tale riforma, si passa così da circa 234 mila gruppi di lavoro per l’integrazione scolastica a soli 300 GIT che razionalizzarenno le risorse sulle ore di sostegno da assegnare agli studenti, senza tener conto della sentenza di Corte costituzionale, la 80 del 2010 che deroga ai risparmi di spesa in nome del diritto all’istruzione degli studenti con disabilità. Pertanto il GIT è inaccettabile.

Dalle commissioni mediche sono stati esclusi i rappresentanti dell’Associazione di stato ANIMC, non ne comprendiamo il motivo.
Anzi è chiaro che non si vogliono i difensori degli invalidi civili per i tagli che saranno operati dal medico INPS, inserito in commissione medica, proprio per tale motivo.
Per le famiglie, le associazioni e i docenti di sostegno, anche la formazione universitaria, prevista dalla legge delega,  lascia a desiderare. Una maggiore formazione, in termini di crediti universitari, occorrerebbe per un docente specializzato.

 L’onorevole Malpezzi come abbiamo già visto per la legge 107, tenta di placare gli animi sulla rivolta in atto negando che vi siano tagli, ma dovrebbe sapere che con questa delega si negano invece i diritti degli studenti con disabilità.

La Rete dei 65 Movimenti per il Sostegno è così composta:

Partigiani della scuola Pubblica

Insegnanti calabresi

Associazione Nazionale ILLUMIN’ITALIA

Docenti per la scuola Statale Pubblica

Docenti campani

#Waterlooscuola

CO.GE.DE. Liguria (Comitato genitori democratici)

Associazione Nazionale Onlus “Per La Scuola della Repubblica” Roma

A s. I. S. ASSOCIAZIONE INSEGNANTI DI SOSTEGNO Associazione professionale istituita nel 1991 , Atto notarile, Rep. 9699, Rac. N. 4962, registrato a Reggio Calabria l’1.2.1991, n. 247, v.1

Associazione Scuola Daneo – Sal. Concezione 2 – 16124 Genova

Azione civile Area Scuola

Mondo disabile

Coordinamento SOS Scuola Genova

Associazione Bal.ga.sar. (Baliano, Garaventa,Sarzano) – Genova

Comitato LIP Vicenza per la Difesa della Scuola pubblica

Comitato LIP Lamezia per la Difesa della Scuola pubblica

Coordinamento scuole Viterbo

La scuola dice no” di viterbo

“Associazione solidarietà cittadina” di Viterbo

Genitori tosti in tutti i posti Onlus (Verona)

Comitato bolognese Scuola e Costituzione

Comitato L’autismo parla – genitori di Palermo

Comitato disabilità Municipio X – Roma

Blindsight project ONLUS

ODS ( Osservatorio diritti scuola), Palermo

Professione insegnante

Associazione 20 novembre 1989

Comitato Genitori Co.Ge.Pace (prov. Monza Brianza)

Comitato 8000 esiliati FASE B GAE

Insegnanti di Sostegno

Anaca Associazione Nazionale Assistenti alla Comunicazione ed Autonomia. Presidente Dott.ssa Elisa Artosi.

Associazione onlus di genitori alunni sordi IL SENTIERO DORATO. Presidente Manola Scimionato.

Cooperativa sociale integrata Una mano tira l’altra. Presidente Emanuela Monti

Movimento nazionale docenti specializzati 2 Gi

Unione docenti di sostegno in via di estinzione

Coordinamento nazionale del Personale educativo

Scuola, tutti uniti per resistere

Referendum abrogativo scuola – Comitato nazionale leaders

comitati nazionali “leadership alla scuola “

Aca Sicilia, Assistenti Autonomia e Comunicazione

A.Ge. Roma Capitale

Rete spontanea genitori “Immischiati A Scuola”

Happy time infernetto Onlus

Docenti consapevoli

Associazione La chiocciolina

Gruppo No Invalsi Roma

Associazione autismo (Roma) “I mille colori dell’albero della vita” .

Presidente Gianni Puglia

Associazione “Piccolo Principe” di Catania

Co.N.GaE (comitato Nazionale docenti in Gae)

Coordinamento Nazionale Docenti Gae

Onlus L’abbraccio di Uma associazione nazionale

Coordinamento Nazionale Adida

Associazione Un nuovo giorno di Palermo

Associazione Adelante di Palermo

Associazione Un nuovo giorno di palermo

 Comitato per i Referendum Sociali di Pistoia

Docenti resistenti

Associazione genitori AFISBI Roma

Coordinamento Nazionale TFA

Coordinamento Scienze della Formazione primaria Nuovo Ordinamento

Aisw Lazio Onlus

ANPE  Associazione Nazionale pedagogisti Sezione Sicilia

Insieme per l’autismo Onlus 

Aisw Piemonte-Val D’Aosta

AIPD sezione Alcamo

Associazione abilmente uniti di Mazara del Vallo

Lavoratori autoconvocati delle scuole di Roma e Lazio

Gli studenti di serie B: “buona scuola” e disabilità

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Su “La Repubblica” di ieri Adriano Sofri, solitamente molto attento ai temi sociali, interviene su un aspetto particolare della riforma della scuola entrando nel merito della delega al Governo per la revisione del ruolo e delle competenze degli insegnanti di sostegno (I professori di serie B, 21 maggio 2015).

Nel pezzo di Sofri vi è più di un’imprecisione. Innanzitutto quella delega va riempita di contenuti ed indicazioni operative, ma non è un mistero che l’intento sia di rifarsi alla specifica proposta di legge (A.C. 2444) promossa dalle Federazioni delle associazioni delle persone con disabilità e dei loro familiari (FISH e FAND) e frutto di un lungo confronto con il Ministero. Quindi l’esigenza di una riforma del ruolo e delle competenze dell’insegnante di sostegno parte proprio “dal basso”, dai primi portatori di interessi, dall’intenzione di garantire innanzitutto il miglior diritto allo studio delle persone con disabilità.

Nell’Anno scolastico 2014/2015 gli studenti in Italia sono 7 milioni 900 mila con 728.325 insegnanti.

Gli insegnanti di sostegno sono 101.000 circa per una popolazione di studenti con disabilità di circa 207.000. L’organico degli insegnanti di sostegno è quindi in un rapporto 1 a 2. Il rapporto tra docenti di sostegno e docenti curricolari è di 1 a 7.

L’organico di sostegno non può essere considerato in sofferenza a meno che non si interpreti quell’insegnante come assistente personale. Ma non è quello il ruolo: per quel ruolo sono previsti gli assistenti educativi e alla comunicazione e gli assistenti materiali.

Il ruolo dell’insegnante di sostegno è quello del facilitatore, di essere il “ponte” fra l’alunno con disabilità, il docente, il gruppo classe. E questo ruolo impone alcuni presupposti.

Il primo è una specifica formazione in pedagogia speciale. Il sostegno adeguato lo si garantisce non con le inclinazioni personali o con una innata sensibilità, ma con specifiche competenze.

Va, quindi, riconosciuta e rimarcata, all’interno del corpo docente, la funzione educativa dell’azione di sostegno, non certo sostitutiva di specifiche figure assistenziali.

Tali figure assistenziali devono essere garantite su tutto il territorio nazionale in modo omogeneo, ma per le note vicende relative a fondi e frammentazioni delle competenze non lo sono. In queste sacche di disomogeneità l’insegnante di sostegno finisce per assumere ruoli di assistenza materiale, se non riabilitativa.

Il sostengo ha dunque un ruolo, una mansione, delle competenze precise. Non si comprende quindi perché qualunque disciplina non sia intercambiabile, il sostegno sì. Ecco la discriminazione: la marginalità. Tutte le discipline sono intoccabili, ma tutti, al contempo, possono – nel regime attuale – gestire il sostegno.

Nella realtà dei fatti la situazione assume connotazioni assai gravi di rinnovata marginalizzazione e confinamento.

Primo fra tutti il fenomeno crescente delle cosiddette “classi di sostegno” (da 5 a 7 alunni con disabilità con 1 – 2 insegnanti di sostegno): un ghetto illegale!

E ancora: insegnanti di sostegno senza alcuna formazione che usano quel ruolo per maturare punteggio nella propria classe di concorso (cosa consentita solo in questo caso), col risultato di dare scarse risposte all’alunno con disabilità e di praticare concorrenza sleale ad altri precari che non scelgono questa scorciatoia. Avere il coraggio di denunciare questo fenomeno – lo sapevamo – infastidisce interessi consolidati e visioni corporative che hanno poco a che vedere con il diritto allo studio e la qualità dell’educazione.

Per questi motivi riteniamo benvenuti i tentativi di sanare queste distorsioni, di garantire ai nostri figli una prospettiva diversa da quella del parcheggio in corridoio assieme al bidello.
(fishonlus.it)

di Giovanni Cupidi

La scuola dei disabili nel governo Renzi: i fatti e le chiacchere

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Giorni affollati da notizie di mobilitazioni e boicottaggi persino delle prove Invalsi vedono il mondo della scuola protagonista di un braccio di ferro con le promesse di cambiamento annunciate da Renzi.

A qualcuno forse potrebbe anche interessare il destino dei circa 240.000 alunni disabili accolti per oltre il 92% nella scuola pubblica.

Sicuramente è un tema caro ai loscuola_disabili1ro genitori che stanno completando un anno scolastico iniziato all’insegna della precarietà con un nuovo insegnante di sostegno (oltre 85.000 alunni disabili hanno cambiato e cambieranno il prossimo anno l’insegnante specializzato).

Le previste assunzioni nel sostegno previste da Renzi saranno purtroppo al massimo 16.500, in maggior parte derivanti dalla terza tranche decisa dall’ ex ministro Carrozza (8.905) a cui si aggiungeranno 7.623 posti promessi dal governo in carica.

Questo ultimo contingente di insegnanti coprirà a malapena l’aumento previsto degli alunni disabili che ogni anno si determina e per il prossimo anno scolastico almeno 28.000 cattedre di sostegno mancheranno allo scopo di garantire almeno l’obiettivo di un rapporto di uno a due tra insegnanti e alunni disabili.

Questi sono i numeri, questi sono i fatti.

Altro punto assolutamente evitato dal ddl sulla “buona” (?) scuola è quello, assai sensibile per i processi di inclusione, che riguarda le classi pollaio: infatti come nel gioco delle tre carte, ci saranno efficienti dirigenti che, impossibilitati ad aumentare il numero delle classi, distribuiranno gli studenti tra le stesse con prevedibile peggioramento della qualità dei processi educativi.

I numeri sono impietosi.

A questi numeri l’associazione tutti a scuola da tempo ai governi chiede di rispondere concretamente .

Per farlo Renzi ed il suo governo avrebbero dovuto prevedere:

-di aumentare il numero di classi in presenza di alunni disabili e non di variarne la composizione numerica

-di aumentare almeno a 155.000* unità l’organico di sostegno (nell’ anno corrente è stato di 117.673) stabilizzando i 4.570 incarichi annuali ed i 36.787 contratti a termine

-di affrontare il tema dell’assistentato materiale, competenza esclusiva del Miur , che viene “appaltata” spesso agli enti locali favorendo politiche di sprechi , inefficienze e malaffare nei quali sguazza la politica italiana (vedi scandalo cooperative)

– qualificare la formazione obbligatoria oggi a tutti gli insegnanti in servizio e non solo prevedendola per quelli futuri come ha invece ipotizzato

– definire tempi per la stesura dei PEI (piani educativi individuali) di ogni singolo alunno disabile e prevedere norme sanzionatorie per le scuole che non li rispettano

Purtroppo è molto più suggestivo parlare della scuola dei disabili come di un modello che il mondo ci invidia piuttosto che rimboccarsi le maniche compiendo scelte di politica economica e farla funzionare.

In evidente imbarazzo stanno poi alcuni sindacati che, turbati dalla possibilità di legare ad un ciclo scolastico l’insegnante di sostegno all’alunno come invece saggiamente prevede il ddl Renzi, continuano a evocare una scuola lontana anni luce dai bisogni dei disabili.

La notizia che giunge dall’ufficio scolastico regionale del Lazio che nella circolare 51/14 relativa alle iscrizioni del prossimo anno sottolinea che gli alunni disabili over 18 non avranno diritto all’insegnante di sostegno se nel quinquennio precedente ne hanno potuto disporre, chiude il cerchio di questa opaca realtà che va profilandosi all’orizzonte delle famiglie degli studenti disabili italiani.

Con buona pace del sottosegretario Faraone il prossimo anno per i disabili italiani sarà probabilmente ancora più difficile.

Nonostante nel ddl in questione si auspichi maggiore collaborazione con le famiglie la realtà dei fatti costringerà, come nel presente anno, migliaia di famiglie a rivolgersi ai Tar con grande soddisfazione dei conti in banca degli avvocati .

*questo valore numerico considera gli alunni disabili gravi per i quali la Corte Costituzionale si è pronunciata con chiarezza nel 2010 con la sentenza n.80
(ilfattoquotidiano.it)

di Giovanni Cupidi

Niente sostegno? Paga il MIUR!

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La riduzione delle ore di sostegno per gli alunni con disabilità più o meno grave dovuta al taglio delle risorse da parte del Ministero della Pubblica Istruzione è un danno. A dirlo è il Tar Siciliano che, inoltre, lo ha anche quantificato economicamente: 1.000 euro a studente per ogni mese senza l’adeguato supporto formativo

La riduzione delle ore di sostegno per gli alunni con disabilità più o meno grave dovuta al taglio delle risorse da parte del Ministero della Pubblica Istruzione è un danno. A dirlo è il Tar Siciliano che, inoltre, lo ha anche quantificato economicamente: 1.000 euro a studente per ogni mese senza l’adeguato supporto formativo. La terza sezione del Tribunale Amministrativo Regionale siciliano ha infatti condannato lo stesso Ministero ritenendolo responsabile di non aver ottemperato all’obbligo di erogare il servizio dell’insegnante di sostegno a favore di un alunno disabile. Con la sentenza 2909/2014 il Tar siciliano ha dunque sancito che la famiglia deve essere risarcita di 1.000 euro per ogni mese di scuola frequentato da ragazzo bisognoso di sostegno senza l’insegnante dedicato. A sollevare il caso sono stati i genitori di un bambino affetto da una grave disabilità. Il TAR ha inoltre stabilito un principio importante che costituisce un precedente giuridico che potrà essere applicato anche per altri casi simili: salvo una differente approvazione da parte del sistema scolastico centrale, ogni alunno che lo necessità ha diritto alla presenza di un insegnante di sostegno per il numero di ore individuato dal piano scolastico personale redatto dalla scuola di appartenenza. Questo significa che il MIUR è responsabile della presenza di un insegnante di sostegno e, nel caso non sia in grado di garantire tale diritto, dovrà risarcire la famiglia del giovane a cui è stata negata l’assistenza necessaria, proprio com’è successo per il bambino siciliano. Gli interventi di supporto all’apprendimento sono stati riconosciuti dai giudici fondamentali per garantire la parità di trattamento degli alunni affetti da disabilità rispetto agli altri studenti.
(affariitaliani.it)

di Giovanni Cupidi

DISABILITÀ A SCUOLA, “CENTRI PER L’AUTISMO” PRESTO IN TUTTA ITALIA

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Nati dall’esperienza dei Cts, sono formati da “pool” di insegnanti esperti, che mettono a disposizione le proprie conoscenze. Già attivo lo sportello di Vicenza, che segue 80 consigli di classe e il 30% degli alunni autistici del territorio

Si chiamano “centri per l’autismo” e presto ci saranno in ogni regione italiana: sono una delle risorse messe in campo dal ministero dell’Istruzione per favorire l’inclusione scolastica degli alunni autistici, attraverso il lavoro di rete e la valorizzazione delle buone prassi. “Al primo sportello aperto a Vicenza, entro il 31 dicembre se ne affiancheranno altri 6 o 7 in altrettante città: Palermo, Bari, Napoli, Roma, Prato, Bergamo e Torino si affiancano quelli di Palermo, Roma e Torino. A partuire da gennaio, tutti gli altri”,annuncia Giovanna Boda, responsabile della Direzione generale dello studente del Miur. Obiettivo di questi sportelli è favorire la condivisione delle conoscenze e delle buone pratiche in materia di autismo, a partire dalle esperienze maturate dagli insegnanti e a favore di altri docenti, ma anche studenti e famiglie. “Crediamo che i migliori insegnanti per gli insegnanti siano gli insegnanti stessi – spiega Boda – Sembra un gioco di parole, ma è così: il tutoraggio tra insegnanti è una risorsa preziosa e da valorizzare. Ed è una delle risposte che diamo ai problemi della scuola in materia di inclusione: non può essere certo l’unica, ma è indubbiamente un buon punto di partenza”.

Ma come funziona, praticamente, uno sportello autismo? Un gruppo di insegnanti con una particolare esperienza e conoscenza sull’autismo fa capo ad un Cts, aggiungendosi al gruppo di due o tre operatori specializzati che già prestano lì servizio. Ciascuno di loro si rende disponibile per un certo numero di ore a settimana o al mese. Quando giunge una richiesta di aiuto da una scuola, perché un collega ha difficoltà a gestire una situazione problematica, due insegnanti del centro si recano lì, affiancano il docente, svolgono insieme un’osservazione sistematica e individuano soluzioni operative molto semplici e mirate. Rimangono poi in contatto con il collega, assistendolo con consulenze e, se necessario, ritornando sul posto. Successivamente, l’attività di sportello potrà rivolgersi anche alle famiglie, divenendo un punto di riferimento e di raccordo per la scuola, i genitori e i servizi socio-sanitari. In altri termini, l’obiettivo è creare, in ogni regione, “pool” di insegnanti specializzati nell’autismo, che possano divenire punto di riferimento per i colleghi o le scuole che, trovandosi in difficoltà, abbiano bisogno di essere aiutati.

Lo sportello di Vicenza. Mentre si lavora per diffondere in tutta Italia l’esperienza dei centri per l’autismo, il primo nato, quello di Vicenza, registra risultati incoraggianti: coinvolge come operatori una ventina di insegnanti e offre consulenza a circa 80 consigli di classe, corrispondenti ad oltre il 30% del totale degli alunni con autismo che frequentano le scuole del territorio. Lo sportello ha costi molto contenuti (qualche migliaia di euro l’anno), tutti coperti con fondi ordinari.

La storia inizia con i Cts. L’esperienza degli sportelli nasce all’interno di quella dei Centri territoriali di supporto (Cts), nati nel 2006 con il progetto “Nuove tecnologie e disabilità”: oggi questi centri sono 106, hanno una diffusione a livello provinciale e sono distribuiti su tutto il territorio nazionale. Ciascuno di essi ha ricevuto, lo scorso nano, un finanziamento di circa 11 mila euro Hanno sede presso scuole polo e vi operano, in media, due docenti specializzati nel campo delle nuove tecnologie per la didattica inclusiva. Obiettivo generale dei Cts è la creazione di una rete territoriale permanente, che consenta di raccogliere e diffondere le conoscenze e le risorse per la didattica inclusiva attraverso le nuove tecnologie. I Cts, inoltre, promuovono iniziative di formazione sull’uso corretto delle tecnologie rivolte gli insegnanti e agli altri operatori scolastici, ai genitori e agli stessi alunni disabili.

Insomma, tra le mille difficoltà, le risorse che non bastano mai e sono sempre meno, gli alunni disabili che, invece, sono sempre di più, si scommette su nuove modalità e nuovi strumenti, per mettere in rete conoscenze ed esperienze e non lasciare senza risposta (o con risposte inadeguate) i bisogni e le domande di tanti studenti. E di tanti insegnanti.
(superabile.it)

di Giovanni Cupidi

Scuola, aumentano gli alunni disabili. Ma i docenti di sostegno sono sempre gli stessi

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Nuovo anno scolastico, nuove promesse. Ma per le famiglie degli alunni diversamente abili cambierà poco. Anzi, per la prima volta dal 2010 non vi sarà un aumento significativo dei docenti di sostegno. Lo dicono i numeri che il servizio statistico del ministero della Pubblica istruzione ha pubblicato in queste ore. Lo conferma Roberto Speziale, presidente dell’Anffas(associazione nazionale famiglie di persone con disabilità): “Ogni anno ci ritroviamo con lo stesso problema e non è solo una questione di quantità ma anche di qualità dell’inclusione”.

La conferma arriva dalla fotografia dei dati anticipati dal Miur, prima della conclusione delle procedure diassunzione in ruolo che potrebbero terminare tra qualche settimana: il numero degli alunni con disabilità è in lieve aumento. Nell’anno scolastico 2013/2014 erano 209.814 mentre quest’anno torneranno tra i banchi 210.909 ragazzi diversamente abili. A fronte di questo incremento, esaminando il grafico della serie storica dei posti dei docenti di sostegno, non vi sarà un grande cambiamento: il contingente finale è previsto in 110mila professori e maestri, 216 unità in meno rispetto allo scorso anno (110.216). Piccole cifre che non cambiano la sostanza: in Italia il rapporto medio di docenti/alunni continua ad essere quello di 1:2, con alcune punte di 1:3 alle scuole superiori di secondo grado di alcune regioni. Osservando i numeri nei diversi territori è interessante rilevare che al Nord gli alunni disabili aumentano, seppur lievemente in alcune regioni, mentre in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia,Basilicata, Calabria e Sardegna diminuiscono. Variazioni che non vanno di pari passo con i posti di sostegno in diminuzione ovunque a parte laLombardia, l’Umbria, il Lazio e la Basilicata.

“A noi interessano relativamente i numeri. Dobbiamo pensare alla qualità dell’inclusione. C’è un problema – afferma il numero uno dell’Anffas – relativo all’accertamento: gli attuali sistemi con i quali si certifica se un alunno ha bisogno o meno del sostegno, sono obsoleti. Una delle principali richieste che abbiamo fatto al ministro delle Politiche socialiGiuliano Poletti è stata proprio quella di rivedere questo sistema”. Altro nodo, accennato anche nelle 136 pagine presentate da Matteo Renzi, è quello della formazione. L’Anffas con altre associazione aveva una soluzione ma non è stata colta: “Va fatta soprattutto agli insegnanti curriculari. Eravamo pronti a mettere a disposizione 170 formatori gratuitamente per fare corsi agli insegnanti. Noi vogliamo che vi sia meno sostegno e più inclusione, più presa in carico globale dei nostri ragazzi. Quando pensiamo aibambini disabili a scuola, dobbiamo pensare anche agli assistenti all’igiene personale e a quelli all’autonomia che sono altrettanto importanti per loro”.

Un obiettivo portato avanti anche attraverso il disegno di legge presentato in questi giorni al Parlamento, per rivedere la Legge quadro del 1992. “Le famiglie ci raccontano ogni giorno di una scuola che non attua ledisposizioni sull’inclusione, ma sembra più impegnata a far funzionare se stessa”, polemizza il presidente dell’Anffas, sottolineando la necessità di avere contratti di almeno 5 anni per assicurare la continuità educativa e didattica. Una battaglia che l’Anffas porta avanti da sempre e che proprio ad inizio settimana, alla luce del patto “La buona scuola” presentato dal premier, ha ribadito. Come? Andando a stilare una lista di “undici cose da non dimenticare” a partire dal fatto che “un alunno con disabilità spesso trascorre inclasse un tempo molto inferiore all’orario scolastico dei suoi compagni, mediamente 14 ore su 30”. Unasituazione assurda che ha portato negli ultimi tre anni oltre 15 mila famiglie italiane a fare ricorso contro il ministero della Pubblica istruzione per ottenere ildiritto allo studio per i loro figli. Al suono della prima campanella dell’anno scolastico 2014/2015 il quadro non cambierà; come ogni anno le prime settimane risentiranno dell’assenza del personale docente di sostegno: basta pensare che al 28 agosto il contingente era ancora provvisorio e contava su 92.947 docenti.
(ilfattoquotidiano.it)

di Giovanni Cupidi

SIBLINGS E GENITORI DI PERSONE DISABILI: PERCORSI DI SOSTEGNO E CONFRONTO

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Promossi da Fondazione Ariel, in partenza due percorsi di sostegno e confronto dedicati a fratelli e sorelle e genitori di persone con disabilità

Disabilità come condizione che investe e riguarda tutta la famiglia. Lo diciamo sempre: una famiglia nella quale ci sia una persona disabile è una famiglia con disabilità. Il discorso vale tanto per i genitori quanto per i fratelli, ad esempio, di bambini disabili. In considerazione di questa cosa da tempo si è sviluppata una sensibilità verso il supporto ai famigliari delle persone con disabilità. Rientrano in questi percorsi le iniziative che la Fondazione Ariel promuove, nel milanese, nelle prossime settimane per i genitori e i siblings (fratelli) di bambini  o persone con disabilità.

IL RAPPORTO COI SIBLINGS – La Fondazione Ariel promuove un percorso di gruppo dedicato ai sibligs, ovvero ai fratelli o sorelle di persone con disabilità. Questo con l’obiettivo di creare uno spazio di confronto utile a comprendere come non siano gli unici  a vivere questa condizione, aiutandoli quindi nello scambio di esperienze con chi sa cosa vivi  e quali sono le tue difficoltà. Il rapporto tra fratelli è infatti spesso intenso e carico di conflitti, tanto più quando il  fratello o la sorella abbia una disabilità. In questo caso si innesca tutta una serie di particolarità in un legame che per forza di cose differisce da quello tra fratelli non disabili. Uno dei rischi,  ad esempio, è che le relazioni possano basarsi più sull’obbligo di vegliare sull’altro che sull’affetto.

UN PERCORSO PER FRATELLI E SORELLE – Da qui nasce il percorso di gruppo che Fondazione Ariel dedica ai fratelli e sorelle di persone disabili: spazi di ascolto e momenti esclusivi per sentirsi meno soli, dedicati a ragazzi dai 14 ai 25 anni, a partecipazione interamente gratuita. Si tratta di una esperienza che avrà come perno la condivisione nel corso di appuntamenti periodici che si svolgeranno una volta al mese; a supportare il percorso ci saranno esperti , per stimolare il confronto, condividere vissuti, domande e la ricchezza che questa sfida può donare. Gli incontri si svolgeranno il venerdì, in queste date per il 2014: 17 gennaio, 14 febbraio, 14 marzo, 11 aprile, 16 maggio, 13 giugno, 19 settembre, 17 ottobre, 14 novembre,  dalle 18:30 alle 20:00 presso l’Auditorium al Building 2 dell’Istituto Clinico Humanitas. Le iscrizioni, entro e non oltre il 14 gennaio 2014, vanno effettuate contattando la dr.ssa Stefania Cirelli all’indirizzo mailstefania.cirelli.ariel@humanitas.it oppure al numero verde gratuito 800.133.431

GRUPPO DI SOSTEGNO PER GENITORI – Se il rapporto tra fratelli con disabilità è un rapporto delicato, con dinamiche specifiche e particolarissime, anche quello che investe genitori e figli disabili non è da meno. La stessa nascita di un figlio disabile può portare una destabilizzazione nella famiglia, e un tornado di emozioni, paure e ansie che mettono a dura prova anche i genitori. Con l’obiettivo di dare un sostegno emotivo, ma anche fornire uno spazio di confronto, Fondazione Ariel promuove il gruppo di sostegno alla genitorialità “L’incontro”, dedicato a  genitori di bambini e ragazzi con disabilità neuromotorie.Anche in questo caso gli incontri, che sono rivolti a genitori (sia coppie che singoli) di figli con disabilità neuromotorie, di qualsiasi fascia di età, sono interamente gratuiti, con cadenza mensile. Queste le date: 18 gennaio, 8 febbraio, 15 marzo, 12 aprile, 10 maggio, 7 giugno, dalle ore 10.00 alle 13.00 presso l’Auditorium al Building 2 dell’Istituto Clinico Humanitas
Durante gli incontri sarà attivo “Un sabato per voi”, lo spazio di intrattenimento bambini curato dai volontari di Fondazione Ariel, per permettere ai genitori di frequentare in tutta serenità il corso.
Per iscriversi è necessario compilare la scheda di partecipazione sulla brochure del corso e inviarla afondazione.ariel@humanitas.it o via fax al n. 02-82242395, oppure chiamare il Numero verde 800.133. 431 o compilare il form su www.fondazioneariel.it.
Entrambi i percorsi si svolgeranno presso l’Auditorium al Building 2 dell’Istituto Clinico Humanitas in Via Manzoni, 56 – ROZZANO (MI), Per entrambi la scadenza di iscrizione è il 14 gennaio 2014.Per info:Fondazione ArielTel: 02.8224.2315 – Fax 02.8224.2395Numero Verde: 800.133.431 E-mail: fondazione.ariel@humanitas.it
(disabili.com)

di Giovanni Cupidi

Disabilità, la scuola italiana è rimasta senza sostegno

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Poca formazione, tagli ai fondi, aggiornamento assente. L’assistenza ai ragazzi disabili è troppo spesso lasciata alla volontà dei singoli insegnanti. Abbiamo raccolto le loro testimonianze e quelle dei genitori che ogni giorno lottano per i loro figli. E che denunciano una realtà drammatica

Persone e non numeri. È questo il vulnus su cui ruota l’intero asse scuola-disabilità, un asse che anche l’ultimo ‘ dl istruzione ‘  del Ministro Maria Chiara Carrozza, diventato legge il 7 novembre dopo l’approvazione definitiva in Senato, ha scelto di non toccare se non nel punto relativo all’assunzione a tempo indeterminato di oltre 26mila insegnanti di sostegno al fine di «dare una risposta stabile a più di 52.000 alunni oggi assistiti da insegnanti che cambiavano da un anno all’altro».
Un’iniziativa lodevole in un momento in cui il lavoro sembra un miraggio per molti, ma sicuramente insufficiente a colmare quella lacuna di formazione ed equità in cui la scuola italiana è sprofondata anno dopo anno. Nell’anno scolastico 2012/2013 gli alunni con disabilità nelle scuole statali italiane sono stati 202.314 per un totale di 101.301 insegnanti di sostegno. Secondo un’anticipazione del Miur , nell’anno scolastico appena iniziato i bambini disabili a scuola sarebbero 209.814, cioè un 3,7% in più. Aumenterebbero però, sempre secondo il Miur, anche gli insegnanti di sostegno, che per quest’anno saranno 110.216 (+8,8% rispetto all’a.s. precedente).
Il rapporto docenti/alunni è quindi, in media, di 1 a 2, un rapporto di cui dubita il Coordinamento italiano insegnanti di sostegno (Ciis) che parla, ad esempio, di insegnanti che si incaricano anche 5 o 6 alunni disabili.
Ma i numeri non bastano a capire certi fenomeni, proprio perché è di persone che stiamo parlando e non di conti da far quadrare.
L’Espresso ha raccolto alcune testimonianze di genitori e insegnanti che ogni giorno affrontano la disabilità a scuola tenendo a mente che una persona non è mai un numero. Neanche se è disabile.
Alessandra, insegnante di sostegno da 27 anni, lavora in una scuola primaria di secondo grado in Toscana: «noi abbiamo materiale umano, non un foglio bianco su cui scrivere, è una persona quella che ho davanti. Quello che si perde ragionando solo per numeri e conti da far quadrare è l’obiettivo che abbiamo, che è quello di rendere queste persone più autonome possibili».
Eppure, con 18 ore settimanali, che poi sarebbero 4,5 per ogni studente in base al rapporto 1 a 4 che è, a dispetto di quanto sostiene il Miur, quello più diffuso nelle scuole italiane, come si fa a rendere una persona autonoma? «Come insegnanti ci siamo molto ribellati al rapporto 1 a 4 – spiega Alessandra – perché con 4,5 ore a ragazzo non fai assolutamente nulla. Io ho lottato per avere un rapporto 1 a 2, indipendentemente dalla gravità della situazione, quindi adesso le mie ore settimanali sono 18 alla scuola media: ne faccio 9 in una classe e 9 in un’altra. Ma per avere 9 ore a testa abbiamo dovuto mandare la nostra preside al Provveditorato, che ci ha accordato le ore in deroga: la realtà non è quella che dipingono al Miur. È difficile lavorare così».
La questione ruota attorno ad un punto, fondamentale: «il Provveditorato – dice Alessandra – manda insegnanti in base al numero degli studenti, e non alla gravità della disabilità che hanno. Ed è molto grave, perché ci sono bambini che avrebbero bisogno di molte più ore di sostegno però il Miur ti chiede: ‘quanti disabili ci sono in questa scuola? Quattro? bene, allora mandiamo due insegnanti di sostegno’. Ma la realtà è che non si dovrebbe ragionare coi numeri, ma in base alla singola persona».

Giulia ha 11 anni e frequenta una scuola elementare statale in un comune in provincia di Roma.
Giulia è affetta dalla  sindrome di Rett , ed è considerata invalida al 100%. Questo vuol dire che Giulia, da sola, non può fare assolutamente nulla.Clara, la madre di Giulia, è uno di quei genitori che non si arrende alla burocrazia di uno Stato che ogni anno taglia i fondi per sua figlia, e per tanti altri ragazzi come lei. «Quando si parla di disabilità nella scuola – racconta Clara – non si pensa mai che si sta parlando di una persona. Si pensa ai numeri, ai tagli da fare e ai soldi da recuperare. I nostri figli sono cifre per il Ministero, sono un problema, nessuno li vede come una risorsa: qualcuno li ha addirittura definiti ‘improduttivi’. Invece nessuno pensa mai a tutto il lavoro che danno questi ragazzi: ai medici, agli insegnanti, agli assistenti sociali, agli specialisti. E anche al bene che fanno in una classe: l’integrazione non è solo a vantaggio di chi è disabile, ma lo è anche per i normodotati, che sviluppano sensibilità, tolleranza e amore per il diverso che speriamo mantengano per tutta la vita».
«Un giorno – dice – ho trovato Giulia sola in classe con l’insegnante di sostegno e senza l’assistente Aec (all’autonomia e alla comunicazione, ndr), nonostante io con un ricorso al Tar avessi ottenuto un’Aec solo per lei». La Aec è un’assistenza ‘ad personam’ per ragazzi con disabilità estremamente alta, fornita dal comune e dalla Asl e che si affianca all’insegnante di sostegno. È, spiega Clara, «come una seconda mamma: insegna a Giulia tutto, la fa mangiare, la cambia, la fa stare in mezzo agli altri. Quando gliel’hanno tolta, per i tagli che ogni anno vengono fatti, mi è caduto il mondo addosso, per questo ho fatto ricorso al Tar. E infatti l’ho vinto, perché non era pensabile che mia figlia stesse senza la Aec».
Clara in 11 anni non si è mai arresa. «Ricordo che nel primo anno delle elementari di Giulia ho fatto una media di tre fax al giorno alla preside, sempre per il discorso del sostegno e dell’Aec. Un’altra volta, invece, hanno fatto una gita e avevo chiesto se fosse previsto pullman con la pedana e mi venne detto di no. Alla fine feci partire il pullman senza Giulia. Tornai a casa e feci il solito fax alla preside». Clara non lo fa per ‘rompere le scatole’: lo fa «per creare dei precedenti, perché purtroppo dopo Giulia ci saranno altri bambini e io non ci sto a lasciare le cose così. Il loro diritto deve essere tutelato. Si parla di dignità e integrazione: ma dov’è quest’integrazione? Sulla carta! Abbiamo ottenuto tante cose in questi anni ma pian piano ci stanno togliendo tutto. Io devo poter andare al lavoro e sapere che mia figlia sta bene, che non è parcheggiata, io non la voglio parcheggiare, perché nel caso la lascio a casa».
Ma c’è un’altra questione centrale, ed è quella della formazione degli insegnanti.
Racconta Clara: «quest’anno mi sono trovata con un’insegnante che non sa proprio cosa fare. Giulia ha bisogno di un docente che conosca la ‘comunicazione aumentativa’, una tecnica specifica che aiuta a capire quello che lei vorrebbe dire senza riuscirci. Invece con la storia della graduatoria unica introdotta dalla riforma Gelmini mi hanno dato un’insegnante che prima faceva altro. Ero molto tentata dal fare ricorso al Tar, ma non l’ho fatto, e solo per un motivo: l’insegnante si sta preparando in autonomia, sta studiando, ha un bel legame con Giulia e quindi apprezzo molto questo suo impegno. Ma il problema della competenza degli insegnanti c’è. Se – conclude un po’ dispiaciuta – avessimo una formazione per gli insegnanti di sostegno più specializzata, cioè un maggior investimento anche da parte dello Stato, avremmo sicuramente un risparmio di tempo, energie e un aiuto alla produttività per questi bambini».Quello dell”insegnante unico’ è un problema di cui parla anche Martina, da 17 anni insegnante di sostegno in una scuola superiore di secondo grado siciliana. «Qualche settimana fa ho letto a scuola una circolare (relativa alla riforma Gelmini, nda): ‘corsi di formazione per il conseguimento della specializzazione per le attività di sostegno destinati al personale docente in esubero, istituiti con D.D. n.7 del 16 aprile 2012’. Questo – spiega Martina – conferma l’idea che il sostegno sia il ‘refugium peccatorum’ dell’istruzione: già le ore sono poche, in più se fai fare il sostegno a chi non ha le competenze è la fine per questi ragazzi».

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 In sostanza, con questa circolare, il Miur vuole dare la possibilità agli insegnanti di ruolo che stanno perdendo il posto di lavoro in seguito alla ‘graduatoria unica’ prevista dalla Gelmini, di ‘riciclarsi’ come insegnanti di sostegno facendo un corso di qualche ora (corrispondenti a 20 crediti formativi universitari). Inutile sottolineare che poche ore di formazione difficilmente possono fornire una preparazione adeguata alla gestione e all’insegnamento di un ragazzo con disabilità. Ma la formazione dell’insegnante di sostegno rivela almeno un altro paio di lati oscuri. Innanzitutto, essa è uniforme indipendentemente dalla vastissima varietà di disabilità con cui ogni anno un docente entra in contatto.
«È inutile girarci attorno, la nostra è una formazione uniforme che prescinde dalla disabilità con cui lavoriamo», dice Alessandra, che ha frequentato la scuola ortofrenica ad Urbino che prevede solo tre rami di specializzazione: sordi, ciechi e psicomotori, una categoria nella quale rientrano tutte le disabilità a parte l’assenza di udito e la cecità. Secondo Alessandra, «il problema è che quando noi presentiamo il Pei (piano educativo individuale, ndr) e lo facciamo partendo dalla disabilità del bambino, la maggior parte delle volte siamo in difficoltà: basti pensare che quando ci dicono che il ragazzo è autistico, ad esempio, davanti a noi si spalanca un mondo di perplessità. Non sappiamo mai cosa voglia dire, perché è uno spettro talmente ampio che fino a Natale, spesso, stiamo lì e guardiamo cosa fa il ragazzo, come si comporta. Il fatto è che tecnicamente non siamo preparati».
E qui si arriva al secondo lato oscuro, cioè la formazione continua e l’aggiornamento professionale specifico che è totalmente assente. Il Miur infatti non prevede alcun obbligo di formazione continua per gli insegnanti di sostegno e spesso quelli che vengono fatti sono organizzati al di fuori dell’orario di lavoro, magari nel week-end, e da associazioni private. Per questo gli insegnanti raramente li frequentano, anche perché nella maggior parte dei casi il costo è totalmente a carico loro. Alessandra ad esempio ha frequentato alcuni corsi extra scolastici di formazione, a Firenze ma, come lei stessa ammette, non ne ha mai avuto un beneficio professionale, né le è mai sembrato che fossero corsi particolarmente di alto livello. Stessa cosa per Martina, che ha scelto, come molte altre colleghe, la strada del ‘fare da sé’: volontà, studio e tanta pazienza per seguire sviluppi scientifici spesso complessi.Tornando all’autismo, Alessandra racconta di quante difficoltà si abbiano con ragazzi affetti da questa patologia: «dal momento che la nostra formazione è generica, quando abbiamo a che fare con ragazzi che rientrano nello ‘spettro dell’autismo’, devi riprendere in mano tutto l’aggiornamento psicologico e scientifico che tratta di questa malattia. La medicina progredisce sempre, ma noi non siamo preparati. Quando da studentessa in formazione chiedevo ‘se mi capita un bambino autistico (o down, o qualsiasi altra disabilità), cosa devo fare?’, non ho mai ricevuto risposta, perché la didattica è una cosa ma poi la pratica un’altra. Non c’è pratica per noi. Tu non lo sai cosa devi fare. E quindi dopo tanti anni di lavoro ho adottato una mia tecnica: il primo mese lo passo ad osservare il ragazzo, poi intervengo». Il fatto è che i ragazzi disabili sono spesso nelle mani di chi passa con loro le ore più formative e importanti della vita. Con gli insegnanti si instaura spesso un rapporto intimo, tanto che per alcuni di loro diventa una seconda mamma. Eppure questi docenti sono completamente lasciati a sé stessi, e di conseguenza anche i ragazzi con le loro famiglie. «Siamo arrivati al punto che la scuola italiana va avanti perché ci sono gli insegnanti che ogni mattina si alzano e vanno al lavoro: la scuola non la fanno i dirigenti, ma gli insegnanti che sono coscienziosi», commenta amareggiata Alessandra e viene da pensare che abbia ragione. Perché se un giorno all’intera classe degli insegnanti di sostegno dovesse venire meno la volontà e la passione per il lavoro che fanno, come farebbero questi ragazzi? È mai possibile che uno Stato non voglia investire nella formazione di cui si occupa dei soggetti più deboli che lo compongono? E soprattutto, perché?
(espresso.repubblica.it)

di Giovanni Cupidi

SCUOLA DISABILI: LE FAMIGLIE FANNO SQUADRA CONTRO IL SOSTEGNO CHE MANCA

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Per il diritto allo studio dei loro figli, i genitori di alunni disabili si uniscono in azioni collettive e si ritrovano sui social networkSettembre, tempo di tornare sui banchi. Ma per molte famiglie questo rientro non ha la serenità che dovrebbe: parliamo dei casi, purtroppo sempre più numerosi, in cui agli alunni disabili vengono assegnate insufficienti  ore di sostegno, a fronte invece di una loro necessità certificata.
Insomma, spesso non basta la certificazione di gravità della disabilità, non basta avere dalla propria parte la legge (la norma prevede che l’organico di sostegno sia assegnato alla scuola in ragione mediamente di un posto ogni due alunni disabili – vedi circolare ministeriale n. 61/12 -, inoltre la Corte Costituzionale, con la Sentenza n. 80/10, ha sancito il dovere di assegnare ore in deroga nei casi di gravità). Questa situazione  ha aperto la strada a una serie di ricorsi che le famiglie hanno e stanno presentando ai tribunali amministrativi, incassando finora sempre vittorie. Tra le più recenti, quella della LEDHA (Lega per i diritti delle persone con handicap)  di Milano sul ricorso collettivo per discriminazione.
Per far fronte a questa situazione, l’orientamento delle famiglie è, quindi, sempre più spesso quello di unire le proprie forze, confrontandosi ed eventualmente agendo in maniera collettiva. In questo, divengono utili tutti gli strumenti che la rete offre, come i Social Network. E’ proprio su Facebook, ad esempio, che è stata lanciata unainiziativa, gestita in primis da due mamme, che hanno creato un “evento” rivolto  a tutti i genitori che si trovino in questa situazione, per sostenersi, per aiutarsi e per informare. L’intento del gruppo è quello innanzitutto di fare squadra: capire quanti si trovano nella situazione di dover agire per vie legali per far rispettare il diritto dei loro figli, ed eventualmente dare vita ad un ricorso collettivo nazionaleo, se non possibile, molteplici, di tipo regionale e locale, anche per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo problema.Così una delle due mamme promotrici: “l’obiettivo è essere insieme per far presente al MIUR che l’integrazione scolastica è un diritto innegabile e che i nostri figli hanno il diritto di imparare come gli altri bambini: devono avere le loro stesse possibilità e soprattutto bisogna attuare tutte le strategie didattico ed educative per promuovere l’inclusione scolastica e sociale, cosa che non può avvenire se le ore si sostegno e educative vengono tolte”. In questo caso i social network si rivelano uno strumento utile, che consente di dire ai genitori: non siamo soli.

(disabili.com)

di Giovanni Cupidi